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Ad Alba ultimi giorni per poter visitare la mostra di Soffiantino

Giovedì 30 giugno si conclude la mostra Soffiantino. Tra oggetto e indefinito, a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri, allestita alla Fondazione Ferrero a partire dal 7 maggio. L’ articolato progetto espositivo dedicato al pittore e incisore torinese Giacomo Soffiantino (1929-2013), è stato ideato dai curatori con un ritmo biografico e tematico, con la volontà di narrare in modo esaustivo l’attività ininterrotta dell’artista dagli esordi agli ultimi giorni di vita.

Il dialogo Gli alfabeti di Soffiantino sarà l’occasione per ripercorre l’opera dell’artista attraverso gli scrittori a lui più affini: direttamente frequentati (da Giovanni Arpino a Giovanni Testori, che gli commissionò il Trittico della vita) dei quali fu appassionato estimatore (da Primo Levi, si pensi al ciclo Olocausto, ispirato a Se questo è un uomo, a Giacomo Leopardi, che è anche il titolo di un estremo, incompiuto quadro, a Eugenio Montale, a cui si devono gli Ossi di seppia apparsi in varie mostre) per arrivare a Francesco Arcangeli, il critico-scrittore degli “ultimi naturalisti”.

Il percorso allestito alla Fondazione Ferrero si articola in otto sezioni che ricostruiscono accuratamente la fisionomia artistica di Soffiantino attraverso una selezione di 60 opere. Un percorso in tappe che conduce il visitatore alla scoperta del lavoro dell’artista a partire dagli inizi, caratterizzati da un approccio aniconico-informale nutrito da influenze internazionali, passando poi per la sensibilità “naturalistica” delle opere mature sino agli esiti più recenti degli anni Dieci del Duemila.

«La pittura di Soffiantino apre porte e le socchiude. Osserva il reale e lo trasfigura. Offre domande e non dà risposte;» – spiega Luca Beatrice – «mentre l’avanguardia del suo tempo si concentrava sull’uscita dalla pittura, c’era chi continuava a sperimentare soluzioni mai ovvie all’interno del supporto tradizionale. Soffiantino è tra questi: la sua è una generazione di mezzo dell’arte italiana che come tale ha bisogno di periodiche riletture per non risultare schiacciata».

Nato a Torino nel 1929, Giacomo Soffiantino frequenta l’Accademia Albertina dove è allievo di Francesco Menzio, celebre pittore torinese, parte del gruppo dei “Sei di Torino”, a loro volta formatisi presso la scuola di pittura di Felice Casorati e del grande incisore Mario Calandri. Nel vivace ambiente artistico torinese, Soffiantino definisce il proprio linguaggio al fianco di artisti a lui coevi come Nino e Giuseppe Ajmone, Francesco Casorati, Mauro Chessa, Mario Merz e Francesco Tabusso, con cui condivide le prime esperienze espositive.«La materia delle prime opere destinate alla Biennale di Venezia era ubertosa, carica, il segno inciso e a tratti acuminato, nei modi tipici di quella diffusa maniera che con il gesto aggrediva contorni e sostanze delle figure; ma già si evidenziavano alcuni caratteri individuali che rimasero inalterati per tutto il successivo evolversi della sua pittura, e che perciò potevano rappresentare, fin da allora, i segni di una ricerca indipendente e di uno slancio futuro senza compromessi: nessuna concessione alla decorazione e alla facile seduzione del colore; una gamma cromatica ristretta prevalentemente ai colori terrosi e ai verdi limacciosi, oppure alle tonalità tenui, pallide e smorzate dall’atmosfera diafana; il bianco e il nero puri come unici eventi estremi di luce e ombra, entro i cui limiti al grigio veniva concessa ogni possibilità di esistenza. Poco più tardi tutto confluì definitivamente in una mite leggerezza poetica, accordata su una gestualità sobria, dietro la quale si sente tuttavia vibrare una costante concentrazione sulla vita, seria e spiritualmente tragica.» chiarisce nel catalogo Michele Bramante.

«In fragile equilibrio tra esperienza sensoriale e percezione psichica, l’artista calibra la sua boreale tavolozza in modo che le luci alimentino sì gli oggetti di una stentata linfa ma ne congedino al contempo l’acquiescenza vitale. In Soffiantino il tempo della pittura ambisce a corrispondere al tempo vegetativo e biologico» – scrive nel catalogo della mostra Adriano Olivieri – «per cui tanto la pittura si avvicina al suo oggetto tanto se ne allontana approfondendosi esistenzialmente in una vita che più s’afferma più si logora. La luce/energia quindi crea la realtà ma nel contempo la consuma, la leviga, la corrode. Risiede qui il senso delle sue spoglie vegetali, minerali, dei suoi bucrani e conchiglie, testimoni di un tempo trascorso che ha sostituito alla vita la pittura nel suo materiarsi. Pittura che, in un rigurgito romantico, coincide con l’esistenza tanto da spingersi alla cancellazione del soggetto eroso da un tempo/pittura che non ne lascia che grovigli segnici e orbite cave

 

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