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“Gli allevatori di bovini da latte sono al collasso: non coprono più le spese di produzione”

La Cia nazionale al tavolo di filiera del settore lattiero-caseario, presente il ministro delle Politiche Agricole, Stefano Patuanelli, ha lanciato l’allarme: in Italia le oltre 43.000 aziende di bovini da latte rischiano la chiusura per il rialzo incontrollabile dell’energia e delle materie prime, a cui si aggiungono gli effetti drammatici dell’attacco militare russo all’Ucraina. Infatti, dallo Stato dell’Europa orientale importiamo 700.000 tonnellate di mais: quantitativo per cui costituisce il secondo fornitore del nostro Paese.

E il cereale rappresenta il principale ingrediente (47%) delle diete per gli animali. Ma non solo. Il costo al litro del latte riconosciuto agli allevatori non copre più i costi di produzione.

I rincari allarmanti
A febbraio 2022, rispetto allo stesso periodo del 2021, i prezzi dell’elettricità sono cresciuti del 238%, quelli del gas naturale del 327%, il petrolio del 50%, i trasporti del 115%. Inoltre, le stalle devono fronteggiare i rialzi legati ai mangimi. Il costo del mais, a uso zootecnico, a gennaio 2022 costava il 32% in più nei confronti dello stesso mese 2021 e il 67% in più sul dicembre 2019. La soia è passata dai 328 euro a tonnellata del maggio 2019 a 621 euro a tonnellata di media del febbraio 2022, che significa una crescita dell’89%. Rispetto al febbraio 2021, l’aumento è del 23%. L’erba medica disidratata in balloni sta raggiungendo il prezzo record degli ultimi 22 anni. Solo nel 2014 arrivò al valore più alto di 268 euro a tonnellata.

C’è, poi, dell’altro ancora. L’accordo firmato nei mesi scorsi per riconoscere ai produttori una più equa quotazione del latte alla stalla è stato totalmente disatteso, dimostrando la totale mancanza di rispetto per le difficoltà del sistema produttivo. Oggi un litro di latte fresco viene pagato in media 39 centesimi di euro al litro all’allevatore: importo che non copre i costi di produzione ormai vicini ai 45 centesimi al litro. Il prezzo del latte “spot”, cioè con contratti la cui durata non supera i tre mesi, è sui 49 centesimi al litro, ma arriva negli scaffali della grande distribuzione a 1,5/1,7 euro al litro.

Il commento di Cia nazionale
Di fronte alla tragedia vissuta dalla popolazione ucraina non ci sono parole. E la guerra ha inasprito una situazione problematica per le aziende italiane del settore comunque già esistente prima.

Dicono dalla Cia nazionale: “Gli allevatori italiani sono al collasso e non possono più aspettare. Chiediamo di adeguare il prezzo del latte bovino alle dinamiche di mercato di alcuni prodotti guida e ai costi di produzione. L’andamento delle vicende internazionali rende indiscutibile la necessità di avere a disposizione un meccanismo per l’adeguamento del prezzo del latte nel corso dell’anno e sulla base dello sviluppo del mercato”.

Cosa dovrebbe fare il Governo? “Lavorare da subito a misure fiscali, come l’azzeramento dell’Iva e delle accise sui mangimi. Poi, nel medio-lungo periodo servono interventi che garantiscano una più giusta ripartizione del valore lungo la filiera. Per questo motivo servirebbe un patto di sistema contro le speculazioni che potrebbe partire proprio dall’alleanza tra gli anelli ai due estremi della catena: cioè gli agricoltori e i consumatori. Patto da estendere a tutti i settori agricoli”.

La situazione nella “Granda”. Cia Cuneo: “Le aziende si sentono abbandonate”
Nella “Granda” ci sono oltre 700 allevamenti di bovini da latte con più di 57.000 vacche in produzione: la provincia con il maggior numero di stalle in Piemonte. Nell’attuale situazione di crisi qual è lo stato d’animo degli imprenditori del settore? A rispondere è Giovanni Cordero: responsabile tecnico della Cia per la macro-area di Cuneo.

Sottolinea: “Le aziende si sentono abbandonate. Le proposte di quest’autunno per un prezzo di 41 centesimi di euro al litro non hanno mai trovato l’applicazione pratica e, di conseguenza, è da tempo che gli allevatori lavorano in perdita. I costi delle materie prime in continua salita e senza prospettive di discesa nei prossimi mesi, stanno scoraggiando tanti di loro a proseguire l’attività. Di riflesso le aziende non possono investire molte risorse nello sviluppo, rischiando di perdere in competitività. Inoltre, c’è sempre minor ricambio generazionale per le incertezze del mercato”.

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