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Elogio dell’Etimologia: Parlare del tempo o dei tempi?

Un tempo chi non voleva parlare dei tempi, cioè della situazione sociale e politica, parlava del tempo: “Sono stato al mare, Una giornata splendida. E qui? è piovuto?”. Oggi parlare del tempo vuol dire cimentarsi con la siccità, con il surriscaldamento del pianeta, cioè con la situazione in cui versa non questa o quella città, ma l’intero pianeta. Così gli amanti del futile finiscono per parlare di auto, di moto, di calcio. Tempo, tempi: il lessico italiano è decisamente avaro. Il tempo atmosferico non ha plurale. Nel senso di era, epoca può andare sia al singolare sia al plurale: al tempo o ai tempi di Augusto. Il latino diceva rigorosamente temporibus Augusti. Da quel neutro tempus deriva tempestas, tempo atmosferico, che finendo per essere mala, ha dato vita alla nostra tempesta. Sallustio, anticonformista, la usa nel senso di “congiuntura storico-politica”, per lo più drammatica. La radice si trova anche in temperies, tempestivus, temporalis (in italiano come sostantivo è un sinonimo di tempesta, come aggettivo si contrappone a eterno, anche se i Pio IX pensava che tale dovesse essere anche il suo potere… temporale) e nel verbo tempero, temperas, temperatum, temperare, che significa “mescolare e moderare”. Il valore originario è infatti quello di “tagliare le parti”, questo senso si ritrova nel greco tém-no ed è alla base del vocabolo témenos, “recinto sacro, separato da tutto il resto” (latino templum). Il tempo è invenzione degli uomini e consiste fondamentalmente in operazioni di suddivisione del ciclo vitale. L’inglese time e il tedesco Zeit sembrerebbero imparentati con tempus. Ma la rotazione della consonante iniziale, addirittura doppia nel secondo caso, riporta ad una radice dai/di, greco dáiesthai, che significa pur sempre “dividere”. Le lingue germaniche hanno un vocabolo a parte per indicare il tempo meteorologico, weather, Wetter. La base è la radice ue, che significa soffiare, da cui il latino ue-ntus (vento), il sanscrito vayùs, il russo ve-ter o l’inglese wind ecc. Il greco antico aveva chrónos per il senso generale di tempo e kairòs per indicare il momento, anzi il “momento opportuno” da cogliere per compiere con successo una qualche azione. Allegoricamente era rappresentato come un ragazzo alato, calvo con un ciuffo di capelli, unico appiglio su cui si potesse contare per bloccarlo. L’etimologia popolare univa chrónos al dio Krónos, il maggiore dei Titani, che, prima di essere deposto da Zeus, divorava i propri figli, proprio per il timore di fare la fine che lui aveva riservato al padre Urano. Tra i due vocaboli c’è una diversità, la consonante iniziale, che nel nome comune è aspirata. In greco moderno il diminutivo tà khrónia significa anni, mentre tutti gli altri significati sono passati a kairòs. L’allegoria dei figli divorati ha catturato decine di artisti: che cosa c’è di meno potente del tempo che prima mette al mondo ogni sorta di creature e poi le distrugge?

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