C’è voluta una sentenza di Appello per restituire dignità al Roero, ma difficilmente basterà a restituire l’onore a chi, per anni, è stato descritto come il gestore di un sistema opaco e privatistico. L’assoluzione piena dei sindaci coinvolti nel maxi-processo “Feudo 2” chiude una delle pagine più dolorose della cronaca giudiziaria piemontese degli ultimi tempi. Eppure, l’indomani della sentenza, l’andamento dei media segue un copione fin troppo noto: il silenzio, o la cronaca confinata nelle retrovie, sostituisce la grancassa dei giorni del fango. Bisogna avere il coraggio di ricordare come andò all’inizio. Quando l’inchiesta esplose, scuotendo i piccoli comuni della sponda sinistra del Tanaro, la narrazione fu immediata, chirurgica e spietata.
I titoli evocavano scenari da “feudo” medievale, in cui la gestione della cosa pubblica e i bilanci comunali venivano dipinti come strumenti di un disegno clientelare. Intercettazioni sbattute in prima pagina, carriere politiche stroncate sul nascere, amministratori locali stimati che da un giorno all’altro si sono ritrovati additati come “i colpevoli” prima ancora che un giudice potesse anche solo aprire il fascicolo. Un intero territorio, noto nel mondo per la sua laboriosità, per il vino e per i suoi paesaggi protetti dall’Unesco, è stato marchiato dall’ombra del malaffare. La presunzione di innocenza, nel racconto di “Feudo 2”, è stata sacrificata sull’altare del sensazionalismo. Oggi i giudici d’appello hanno stabilito che quel castello accusatorio non reggeva.
I sindaci hanno agito per il bene delle proprie comunità, spesso muovendosi in quel groviglio burocratico che è la gestione dei piccoli enti locali, ma senza l’ombra di reato. Ma dove sono oggi quei titoloni? Dove sono i talk show locali e i fiumi di inchiostro versati per analizzare il “sistema”? Gran parte della stampa (anche io mi metto sul banco degli imputati, visto che sono giornalista) si è limitata a un freddo dovere di cronaca, seppellendo l’assoluzione sotto trafiletti asettici. Abbiamo il dovere sacro di fare le pulci al potere e di raccontare le inchieste. Ma quando la verità processuale ribalta la tesi colpevolista, l’onestà intellettuale imporrebbe lo stesso spazio, la stessa visibilità e la stessa foga narrativa per chiedere scusa.










