Abbiamo un Ministero dell’Istruzione e del Merito; abbiamo un ministro che ci dice che la scuola premia i più meritevoli… e poi c’è la realtà che ci racconta tutt’altra cosa. C’era una volta la notte prima degli esami, un rito di passaggio carico di un’ansia quasi sacra, giustificata dal timore del giudizio. Oggi, quell’ansia sopravvive solo nelle canzoni. I dati degli ultimi anni ci consegnano una realtà inequivocabile: la Maturità promuove quasi il 100% dei candidati. Un plebiscito educativo che, sotto la rassicurante facciata del successo collettivo, nasconde una verità più amara. L’esame di Stato si è progressivamente svuotato della sua funzione selettiva, trasformandosi in una monumentale formalità burocratica. Fingere che tutti siano ugualmente pronti al traguardo non è un atto di inclusione, ma di rinuncia. La scuola ha legittimamente abbandonato la vecchia logica punitiva, ma sembra essere caduta nell’eccesso opposto: l’allergia al verdetto, il timore del trauma psicologico da bocciatura, la tendenza a livellare verso il basso per non dover gestire il peso del fallimento.
Così, il voto finale rischia di diventare una sbiadita media matematica del percorso precedente, anziché una reale prova del nove delle competenze acquisite. Il problema non è la percentuale di promossi, ma il divario drammatico tra questi numeri e la realtà. Le rilevazioni nazionali ci dicono che un diplomato su due fatica a comprendere un testo complesso o a risolvere un problema logico di base. Promuovere tutti significa, nei fatti, svalutare il valore di quel pezzo di carta e, quel che è peggio, tradire i ragazzi più meritevoli, privati di un metro di paragone reale. Un esame che non seleziona non protegge gli studenti: li illude. Il mondo fuori dalle aule scolastiche – l’università, il mercato del lavoro, le sfide globali – non ha lo stesso rassicurante buonismo.
Lì la selezione esiste, è dura e spesso non lineare. Mandare i giovani incontro alla vita adulta senza aver mai fatto sperimentare loro il peso di una vera responsabilità e il rischio di un insuccesso significa condannarli a uno shock successivo molto più doloroso. Ripensare la Maturità non significa invocare il ritorno a una scuola autoritaria, ma restituire dignità al merito e valore formativo al limite. Perché imparare a superare un ostacolo richiede, prima di tutto, che quell’ostacolo sia reale.










