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    Un nuovo reato, il domicidio

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    Pare che sia la parola nuova del 2024, tanto che l’Onu sta discutendo la necessità di classificarla come crimine contro l’umanità: domicidio, che per i più è soltanto un suono ostico, da affiancare a genocidio, omicidio, femminicidio ecc… oppure un insieme di immagini che scorrono alla televisione, che suscitano pena, pietà, ma che si dimenticano subito. Nella realtà la distruzione delle case non è solo un abbattimento di muri, ma la cancellazione di luoghi, cioè la perdita della propria identità. Di domicidi la storia è piena, se pensiamo ai bombardamenti su Dresda o Amburgo, su Aleppo in Siria. Più recentemente su Mariupol, oggi a Gaza.

     

    Domicidio deriva da domus, la residenza signorile del dominus, per noi casa dalla radice sanscrita ska che significa proteggere, coprire, sinonimo di intimità, di affetti, di ricordi, di relazioni; sontuosa o povera che sia, è il nostro riparo, rappresenta la nostra identità. La casa è un bene prezioso, già nel filone biblico: «Le prime necessità della vita sono acqua, pane e vestito, e una casa che protegge l’intimità». Terenzio negli Adelphoe dice: «Domus habuit unde disceret», la casa è un luogo dove si impara. Preso i Greci era il dio Hermes a proteggere non solo la soglia e le porte della casa, ma a promuovere incontri, favorire l’ospitalità.

    Oggi nella nostra società trovare una casa è diventato un miraggio, perché gli affitti sono alle stelle, perché le abitazioni, causa mutui capestro, non si possono più acquistare. Per gli stranieri è un’odissea, per gli studenti universitari un lusso, anche solo una stanza. C’è chi ha rinunciato del tutto a cercare casa, i clochards lo stanno a dimostrare, sotto i portici delle città, con gli scatoloni e qualche coperta rabberciata e sudicia che fanno da riparo. Nonostante gli interventi delle polizie locali, persistono agli smantellamenti e ritornano puntualmente, la sera.

    Il domicidio è uno scenario di desolazione, è la distruzione di massa di abitazioni per rendere il territorio inabitabile. A Gaza sono stati rasi al suolo più di 339 strutture educative 167 luoghi di culto tra i 26 e i 35 ospedali; anche se le cifre sono controverse, le immagini satellitari sono però emblematiche. Le case non sono solo perimetri murari, rappresentano la storia e la cultura di un popolo. Distruggerle, significa cancellarne le radici. Per sempre.

    Redazione Corriere
    Redazione Corrierehttps://www.ilcorriere.net
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