Senza giri di parole

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Si è persa da molto tempo l’abitudine di dire le cose in modo chiaro e diretto. Ci tocca anche di sentirle raccontare in modi allusivi, aperti cioè alle più diverse interpretazioni. E’ un’abitudine tipica di chi si inerpica nei linguaggi intellettuali. Riuscendo così a complicare ragionamenti e situazioni già intricate.

 

Basti pensare al politichese, al sindacalese, al burocratese e a tutti gli altri linguaggi o frasari di uso corrente. Sembra di non riuscire più a venirne fuori. Dire pane al pane, vino al vino, bello al bello, giusto al giusto, vero al vero è diventata quasi una cosa irrealizzabile. Qualcuno si scusa trincerandosi dietro falsi pudori, invocando anche esigenze di correttezza e di rispetto. “Ci vuole diplomazia, ragazzo!”, mi diceva un vecchio amico. Un po’ di ragione può averla avuta. Ma il giro di parole non salva dalla ipocrisia.

Prima o poi qualcuno riesce a trovare il coraggio di andare dritto al segno, con le parole e anche con l’esempio. Due o tre casi li voglio citare a partire non soltanto da ieri. Già negli anni del pre-concilio un certo Don Milani, con la sua scuola, ha rotto molti schemi della Chiesa. Era decisamente contro l’uso strumentale delle parole. Non ultima la parola obbedienza. E poi quel “bonaccione” di Angelo Roncalli, eletto papa perché non facesse troppi danni alla Curia, che invece la stravolge convocando il Concilio. Intanto nelle diocesi periferiche venivano insediate persone apparentemente estranee ai problemi dei lavoratori. Torino è emblematica. Michele Pellegrino, brillante docente universitario di latino, non avrebbe dovuto portare disturbo né al comparto metalmeccanico né ad altre categorie dell’indotto. Invece nella sua lettera “Camminare insieme” ha dato voce ai diritti dei lavoratori. Anche con gesti clamorosi come respingere al mittente, la Fiat, il regalo di un’automobile. Come lui anche Luigi Bettazzi vescovo di Ivrea, che dopo le parole, ha fatto un ulteriore passo. Si è messo alla testa di una manifestazione di operai della Olivetti. Oggi qualche germoglio sembra rispuntare nella vecchia Torino operaia. Si è visto e udito che il vescovo Roberto Repole non ha usato giri di parole quando si è rivolto direttamente a Stellantis.

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