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RIFLESSIONE – «Indignazione e senso d’impotenza per certe applicazioni della giustizia»

Sul “Corriere” di lunedì 11 marzo scorso, nella rubrica “Fatti e Parole” Raimondo Testa ci ha offerto una pregevole e condivisibile riflessione dal titolo “Collera e rancore”, nel corso della quale egli afferma testualmente “La collera e l’indignazione non sono sentimenti da condannare. Esprimono passione nel ribellarsi e nel denunciare il male e l’ingiustizia”.

Sono perfettamente d’accordo e anzi sono profondamente convinto, contro ogni atteggiamento di caritatevole misericordia, che la ricerca della giustizia debba prevalere sulla disposizione al perdono.

Il perdonare o addirittura “porgere l’altra guancia”, concetto che fa parte della filosofia cristiana in contrapposizione alla legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”,  proprio della religione ebraica, di quella islamica e di tante altre concezioni religiose, può essere spesso mal interpretato e usato strumentalmente.

Nel campo specifico del comandamento “non rubare” una forma di buonismo verso chi non ha danneggiato noi direttamente, mal interpretato si ridurrebbe a una abusata raccomandazione. Il perdono, infatti, in un società civile e fondata su rispetto delle leggi, non può prescindere dalla necessaria punizione perché, in caso contrario, esso finirebbe col configgere con la giustizia. Quale giustizia infatti può dirsi quella che non infligge le giuste punizioni propedeutiche ad ogni forma di perdono?

La giustizia deve essere, come le leggi dello stato, uguale per tutti e a tutti va applicata nello stesso modo, ma così non è perché c’è purtroppo una applicazione della giustizia che, in questi ultimi tempi, mi riempie di particolare indignazione e di senso d’impotenza, un’applicazione molto spesso fatta su misura e a protezione di personaggi affermati, temuti e rispettati.

Ogni giorno, infatti, leggiamo sui giornali o ascoltiamo attraverso la radio e la televisione notizie di reati molto gravi, i cui autori, se inquisiti, spesso finiscono agli arresti domiciliari nelle loro lussuose residenze di mare o di montagna, in attesa di un giudizio che, se verrà, giungerà a distanza di tempo e quando quasi tutti si saranno ormai dimenticati dell’evento criminale e di chi l’ha perpetrato e la pena attribuita sarà spesso blanda e riducibile, se non estinguibile, nel tempo. Perché allora noi dovremmo perdonare questi oscuri personaggi?

Ma ciò che suscita maggiormente la mia indignazione e mi disturba profondamente è il dover prendere atto della incapacità di indignarsi di moltissime persone dinanzi proprio ai furti perpetrati ai danni del bilancio dello Stato.

Tali furti costituiscono un danno per tutti noi contribuenti che, nel nostro piccolo e ognuno secondo le proprie risorse o almeno così dovrebbe essere, siamo chiamati a finanziarlo questo bilancio. Questi furti finanziari impoveriscono le casse dello stato italiano, che di per sé, senza queste ruberie, sarebbero almeno attive se non fiorenti.

Purtroppo questa incapacità di indignazione nasconde spesso una malcelata invidia se non un vero e proprio apprezzamento per i “furbetti” che, mentre compiono le loro ruberie, vanno sulle piazze a proclamarsi paladini della legalità.

Filippo Franciosi,

Bra

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