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    Plebisciti e ballottaggi

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    Amici poi nemici, compagni di lista nella precedente tornata amministrativa, oggi avversari: in queste elezioni locali è successo di tutto. Là dove c’era una lista sola, si è compiuto un plebiscito, a scapito della possibilità di scelta dei cittadini. Ma così gira la ruota, quando miopie locali, o egoismi, o risentimenti allontanano dalla cosa pubblica, il senso civico scompare e allora far politica diventa un peso, un onere e basta.

    Educative le pagine di Francesco de Sanctis, uno dei critici più illustri della letteratura italiana, ministro della Pubblica Istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli che, passato all’opposizione, si cimentò in una difficile campagna elettorale che fissò nel diario Viaggio elettorale. Costretto dalla necessità di raccogliere i voti decisivi per la vittoria, De Sanctis si inerpicò per gli aspri sentieri dell’Irpinia, scontrandosi con una realtà sociale ancorata al passato e restia all’idea di progresso, dove politici dalla dubbia serietà si spartivano la gestione della cosa pubblica.

    Ecco la moralità dell’uomo di cultura contro i disvalori della classe dirigente. Adesso arrivano i ballottaggi e si ricomincia da capo la partita, i due candidati iniziano una nuova corsa, setacciano il paese, contattano amici e parenti, cercano di convincere i titubanti, stringono mani ad avversari nella speranza di strappare il voto della vittoria. Pare che il termine ballottaggio derivi dal vernacolo fiorentino ballotte, le castagne bollite in acqua, quando per contare i voti si usavano le castagne. I membri del Priorato esprimevano le loro preferenze di voto depositando in una borsa una castagna, per poi mettere a confronto il numero delle preferenze con quello dei votanti.

    Che dovevano corrispondere. Altrimenti si parla di brogli, come quello che Tomasi di Lampedusa riporta ne Il Gattopardo a proposito dell’annessione del Regno delle due Sicilie: a notte fatta, dal balcone centrale del Municipio, il sindaco annuncia alla folla che dei 515 aventi diritto hanno votato in 512 che si sono espressi tutti per il sì. Il principe don Fabrizio commenta il risultato, durante una partita di caccia, con l’organista don Ciccio e scopre, dalle sue parole, che l’unanimità non c’è stata: «Io, Eccellenza, avevo votato no. No, cento volte no… Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!».

    Redazione Corriere
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