Peculato in Finpiemonte: l’ex presidente arrestato respinge le accuse dal Gip

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Fabrizio Gatti. Si dice vittima di un equivoco

Soldi pubblici gestiti a vantaggio di privati e per salvare dal fallimento un’azienda. Lo scandalo Finpiemonte, esploso già nel 2016 quando fu scoperto un “buco” di 11 milioni di euro, ha portato l’altra settimana la Guardia di Finanza di Torino a eseguire tre custodie cautelari nei confronti di altrettanti indagati. Il principale è Fabrizio Gatti, in quota Pd, già presidente di questa finanziaria pubblica. In cella sono finiti anche il faccendiere umbro Pio Piccini e l’imprenditore romano Massimo Pichetti. L’indagine partì dalla denuncia del nuovo presidente Finpiemonte, Stefano Ambrosini: subentrato a Gatti s’accorse che i conti non tornavano e li passò al pubblico ministero Saverio Pelosi.

Gli accertamenti hanno riguardato in particolare tre bonifici partiti a firma Gatti dal conto svizzero dove la “cassaforte” della Regione aveva in deposito 46 milioni di euro. Un investimento per tipologia e rischiosità difforme da quella che avrebbe dovuto essere la politica di una società pubblica. I bonifici, 6 milioni di euro verso società non figuranti tra gli interlocutori di Finpiemonte, per l’accusa avrebbero dovuto servire a ricapitalizzare Gem, un’immobiliare riconducibile a Gatti. Obiettivo: ristrutturarne il debito con i soldi dei contribuenti, secondo il piano architettato da Gatti con Piccini e Pichetti.

Tutti si dicono innocenti e vittime di un equivoco. Gatti nell’interrogatorio di garanzia dal Gip ha sostenuto di non essere mai stato consapevole di quelle operazioni. Il governatore Sergio Chiam­pa­rino ha parlato di «fatti molto gravi ove accertati» e assicurato totale collaborazione all’Autorità giudiziaria per fare piena luce.