Non si esaurisce nelle mimose, nei recital, nelle poesie, l’otto marzo. Anzi, non deve, perché la data nasce da lotte, diritti conquistati a fatica, ferite ancora oggi non rimarginate. Omaggio alla donna, certamente e il libro che Philippe Daverio scrisse anni fa, Elogio delle donne, con un sottotitolo “Per fortuna sono diverse dagli uomini”, e da rileggere con attenzione.
Ma la ricorrenza è anche un monito per mettere in luce le diseguaglianze di genere che esistono e persistono in tutto il mondo, perché bisogna avere coraggio e continuare a battersi per i diritti della donna in campo sociale, politico, familiare. Una frase in questi giorni è ritornata alla ribalta: “Vogliamo il pane ma anche le rose!”. Bello l’accostamento ma non di immediata comprensione per chi non conosce la storia: si tratta di uno slogan divenuto patrimonio del movimento operaio e femminista, coniato durante lo sciopero tessile nel Massachusetts nel 1912.
Simboleggia la richiesta non solo di salari dignitosi, il pane, ma anche di qualità della vita, dignità, rispetto e bellezza e le rose ne sono il simbolo. Quelle lavoratrici avevano paghe da fame, un lavoro stressante, nessun diritto, vessazioni psicologiche e fisiche. Una poesia suggella il fatto, è di James Oppenheim: «Pane e rose! Pane e Rose!/ Mentre marciamo, marciamo, combattiamo anche per gli uomini,/Perché sono figli di donne, e di nuovo li manteniamo./Le nostre vite non saranno sudate dalla nascita finché la vita non si chiude;/I cuori muoiono di fame così come i corpi; dacci il pane, ma dacci le rose. /Mentre marciamo, marciamo, innumerevoli donne morte/Vai piangendo attraverso il nostro canto il loro antico richiamo al pane./La piccola arte, l’amore e la bellezza lo sapevano i loro spiriti stanchi./Sì, è il pane per cui lottiamo, ma lottiamo anche per le rose». Parole diventate canto con Joan Baez e Angelo Branduardi.
Donne sottopagate che soccombono alla fatica. Nel 2025 un murale ad Andria, dello street artist Jorit, ha ritratto il volto di una lavoratrice agricola, a fianco di una rappresentazione del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Quella donna è Paola Clemente, morta a 49 anni, per la fatica e il caldo a 50 gradi. Non era clandestina, aveva un contratto, una paga di quattro euro e mezzo l’ora per sei ore, che diventavano anche dieci. Dal sacrificio di Paola Clemente è nata la legge sul caporalato, nel novembre del 2016.










