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Nascere senza gambe e senza braccia. «Ora insegno ad affrontare le difficoltà»

Per l’anagrafe è Massimiliano Sechi, classe 1986. Per gli amici è semplicemente Max. Max è nato in Sardegna, con una grave malformazione chiamata focomelia, che impedisce lo sviluppo degli arti superiori e inferiori. Un bambino senza braccia e senza gambe. Costretto ad affrontare tutte le difficoltà della vita, scontrandosi non solo con i mille problemi della quotidianità, ma anche con gli sguardi delle persone, con il pietismo, con il bullismo, ma soprattutto con la paura di essere giudicato inferiore e non al­l’altezza. Poteva essere un’ordinaria storia di dolore e disperazione. Ma la vita di Massimiliano ha preso una strada diversa. «La disabilità è diventata la mia forza. Il dolore si può trasformare in gioia. La tristezza in felicità. La rabbia in amore verso il prossimo. Basta imparare ad essere felici». Campione del mondo di eSports, fondatore del movimento Noexcuses, life&business coach, master in Programmazione Neuro-Linguistica, ​campione del mondo di mappe mentali, nominato Cavaliere della Repubblica, Massimiliano è diventato un “insegnante di vita”. A chi lo segue, Max insegna che il carattere e la forza di volontà ci permettono di superare qualsiasi difficoltà, di raggiungere ogni traguardo. E’ stato ospite di diverse trasmissioni televisive e oggi gira l’Italia riempiendo stadi e teatri. Un tour che domenica 9 giugno farà tappa ad Alba per una grande serata allo stadio di San Cassiano. Abbiamo raggiunto Massimiliano, per scoprire qualche lato in più del suo carattere…

 

Cosa significa essere un “insegnante di vita”?

Significa aiutare le persone a capire che, indipendentemente da dove parti, se hai ben chiaro dove vuoi arrivare, se decidi di non avere scuse e capisci l’importanza di essere davvero te stesso, c’è sempre un buon motivo per essere felici. Certo, non è facile, dobbiamo combattere con le nostre convinzioni, le paure più profonde. Ma quando capisci che hai dentro di te tutto ciò di cui hai bisogno, allora ti rendi conto che o­gni giorno è quello giusto per trasformare la vita in un’esperienza meravigliosa.

 

Come è stata la tua infanzia?

Da bambino i miei genitori volevano che mettessi le protesi, ma all’estetica, ho preferito l’indipendenza. Con le protesi ero legato. Non potevo vestirmi da solo, sedermi da solo, andare in bagno da solo, tutte cose che adesso faccio con la massima tranquillità. I miei genitori mi hanno sempre spronato ad essere indipendente e per questo gli sarò sempre grato: a 6 mesi già mangiavo da solo, prima di un bambino che può usare le mani.

 

Quando ti sei accorto di non essere come gli altri bambini?

Te ne accorgi subito, quando vedi i tuoi coetanei che imparano le azioni più semplici, tipo tenere in mano la forchetta o vestirsi. Io invece mi sono sempre dovuto inventare i modi per farle.

 

Quando ti sei accorto che quel “qualcosa in meno”, poteva diventare “qualcosa in più”?

Ricordo iniziai a pubblicare video su YouTube dove mi facevo vedere per come sono. Così altri due utenti con disabilità, che fino ad allora si mostravano in webcam solo in viso, decisero di mostrare la loro disabilità. Lì capii che avrei potuto sfruttarla per fare qualcosa di buono per gli altri. Certo, la rete a volte è spietata, però ti rendi conto che le persone che ti offendono hanno un impatto solo se pensi possano avere ragione.

 

C’è un commento che ti ha dato davvero fastidio?

Tutti all’inizio mi davano fastidio, quindi mi sono chiesto perché. Mi sono reso conto che seppur vivessi già da solo in completa autonomia, avevo superato la mia disabilità, ma non l’avevo davvero accettata. C’è una grossa differenza. Inevitabilmente, in certi momenti ti fai la classica domanda: perché proprio a me?

 

E come ti sei risposto?

Ho cominciato a vedermi protagonista, non vittima. Col sacrificio e l’impegno mi sono reso conto di poter raggiungere i traguardi che mi ero prestabilito, che nessuno poteva permettersi di dirmi cosa non potevo fare.

 

Un punto di svolta nella vita?

La carrozzina a motore a 17 anni, poi la macchina a 24. Una rivoluzione fisica e sociale.

 

La frase che ti dà più fastidio?

Non sopporto quando mi dicono “vorrei avere la tua forza”. D’accordo, ma per averla bisogna essere disposti a passare da dove sono passato io: non so se chi mi dice così sarebbe pronto a farlo.

 

E i rapporti con le donne come li hai gestiti?

Sono cresciuto sentendomi dire che non avrei mai potuto avere una ragazza. In realtà ho sempre avuto relazioni normali. All’inizio cercavo belle ragazze, anche per dimostrare che potevo averle al mio fianco. Poi ho capito che cercavo una persona con cui ricreare quel contesto familiare che mi era mancato a 14 anni, dopo la separazione dei miei genitori.

 

L’hai trovata?

Ho trovato Erica. Ci siamo conosciuti in Sardegna e insieme abbiamo fondato una Onlus a cui abbiamo dato il nome del bambino che purtroppo abbiamo perso. Il sorriso che volevamo vedere sul suo viso, vogliamo portarlo sul volto di altri bambini.

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