L’INTERVISTA – Brachetti: il prete trasformista

119
Trasformista anche in borghese. Brachetti nel corso dell’incontro al Teatro Alfieri di Asti. Nonostante l’appuntamento prevedesse soltanto un talk show, il trasformista ha deliziato il pubblico interpretando oltre 30 personaggi

Avrebbe dovuto fare il prete ed infatti Arturo Brachetti ha trascorso buona parte della sua adolescenza in Seminario, dove anziché imparare i “segreti” della Chiesa, ha appreso l’arte della magia e del trasformismo, grazie all’incontro con il Mago Sales (all’anagrafe don Silvio Mantelli). Quel ragazzino timido e spaesato, pian piano ha preso coscienza della sua bravura e ha deciso che il suo futuro sarebbe stato sul palco di qualche teatro. Ha partecipato ad alcuni provini ed ha “sfondato”in quel di Parigi, diventando il più bravo trasformista al mondo. «Arturo è come il parmigiano – racconta il giornalista ed amico Osvaldo Guerieri –. Tutto il mondo ce lo invidia». Noi sottoscrivendo queste parole, vi raccontiamo la sua storia, così come ce l’ha raccontata lui nel corso dell’incontro al Teatro Alfieri di Asti.

Arturo è vero che avresti dovuto fare il prete?

«Ero un bambino piccolino, molto timido, gentile e tranquillo. I miei genitori decisero che il collegio sarebbe servito per farmi aprire un po’. Poiché mio padre perse l’occasione di diventare prete, a causa della guerra, pensò di realizzare il suo sogno, mandando me in seminario. Sono stati sei anni bellissimi. Già negli anni ’70 c’erano preti furbi, si facevano molte cose, tra le quali lo sport che non era proprio il mio forte e il teatro, che invece era una delle mie passioni. Sin da piccolo amavo andare sul palcoscenico e stare lì in silenzio a guardare le luci, il sipario e la platea vuota. Insomma ero un predestinato.

Lì facesti la prima conoscenza importante della tua vita…

«Esattamente. Incontrai don Silvio Mantelli (il mago Sales, ndr) che oltre ad essere un prete era anche un prestigiatore. Lì si aprì una finestra sulla mia fantasia. Io che ero bullizzato anche in Seminario, avrei potuto realizzarmi attraverso questo mondo pieno di magia».

Conclusa la parentesi scolastica hai iniziato a fare sul serio…

«In gioventù conobbi Erminio Macario e decisi di andare a fare un’audizione dal “comendatur”. Quando mi presentarono a lui, gli dissero che ero un emulo di Fregoli e lui subito disse che lo conosceva bene, anche se in realtà vista la differenza di età la cosa era un po’ impossibile. All’inizio lui mi invitò ai suoi spettacoli ed io per andare al Carignano, feci le fughe nottetempo dal collegio. Per me restare dietro le quinte ad osservare fu già un sogno. Alla fine mi prese, ma non andai mai a recitare nella sua compagnia.

Come mai?

«Semplicemente perché nel frattempo feci un provino a Parigi e mi presero. Andai da Erminio e gli diedi la notizia, lui con una pacca sulla spalla mi rispose: “ma vai in Francia che è meglio”. In fondo quello era il suo sogno».

Cosa successe nella capitale francese?

«Che scoprii che non ero il più bravo del mondo. Ero semplicemente l’unico. Il mio primo approccio con Parigi è stata la Gare de Lion, per me giovane di belle speranze era come trovarmi a Cape Canaveral. L’audizione fu al Paradis Latin e mi presero subito. Fu Jean Marie Rivier ad arruolarmi. In principio pensavo che fosse scettico nei miei confronti ed invece era letteralmente conquistato dalla mia velocità nel cambiarmi di abito. Il mio debutto arrivò quasi subito, anche se lui cambiò quasi tutto del mio spettacolo. In quel momento ebbi un “upgrade enorme”».

Parigi è stato un enorme trampolino di lancio di una carriera fantastica, che ti ha portato a conoscere tantissime persone.

«Certamente e da ognuna di loro ho cercato di carpire l’energia e il segreti del loro successo. Da Ugo Tognazzi a Paolo Poli tutti hanno avuto grande importanza nella mia carriera».

Passiamo alla domanda scontata: ma cosa succede dietro le quinte?

«Il mio è un lavoro di equipe. Per fare un paragone calcistico io sono il bomber che fa gol, ma sfrutta il lavoro di una compagnia composta da 18 persone. Intanto i costumi sono realizzati in modo particolare e sono il frutto di tante sperimentazioni. Ogni vestito di scena costa dai mille ai cinquemila euro. Poi quando vado dietro le quinte è come fare il pit stop in formula uno. In pochi attimi cambio il mio abbigliamento e ritorno in scena. Il mio produttore ha più volte proposto per una volta di girare il palco e fare vedere lo spettacolo da dietro. Chissà se capiterà mai».

Ci sono stati errori?

«Ma certo e sono all’ordine del giorno. Innumerevoli sono state le volte che sono uscito con i pantaloni slacciati o con la cerniera abbassata. Ma ho sempre sistemato tutto, sfruttando il fatto che la gente mi va in faccia. Ultimamente è successo che sono uscito con la parrucca sbagliata, ma nessuno si è accorto dell’errore. Ci sono state cadute rovinose, ma lo spettacolo non si è mai fermato. Una volta mi sono rotto l’alluce, un’altra sono cascato sul bracciolo di una poltrona a gambe aperte. Non vi dico il dolore».

C’è qualcosa che ti emoziona ancora?

«Ma certamente. Io vivo della meraviglia che prova il mio pubblico. In questi 60 anni di vita ho visto veramente di tutto, ma non mi stanco mai di vedere la sorpresa negli occhi di un bambino».