ALBA – Auschwitz: cimitero, monumento agli orrori o luogo di monito per le generazioni future?

    L'ingresso. Al campo di sterminio nazista dove con la collaborazione dei fascisti furono deportati e morirono anche migliaia di italiani

    Nella mattinata di sabato 27 gennaio 1945 i primi ricognitori della 100ª Divisione Fanteria di Leopoli giunsero nella zona orientale di Auschwitz (nome che i tedeschi diedero alla città polacca di Oswiecim) nel sottocampo di  Monowitz (Auschwitz III), mentre i soldati sovietici raggiunsero il centro città a mezzogiorno. Nel pomeriggio si recarono nell’area del campo base, Auschwitz I, e di quello di Birkenau (Auschwitz II) incontrando nel primo la resistenza dei reparti tedeschi in ritirata. Una resistenza breve: alle 15 entrambi i campi erano liberati.

    L’atmosfera regnante nel Kl Auschwitz e ben descritta dalle parole e dai ricordi di una ex detenuta presente alla liberazione: “Sentimmo la detonazione di una granata proveniente nei pressi del portone d’entrata. Ci affrettammo a uscire dai blocchi e vedemmo venire dal portone nella nostra direzione alcuni ricognitori sovietici. Appendemmo subito sulle aste lenzuola con fasce rosse a forma di croce. Alla nostra vista abbassarono le armi. Seguirono saluti spontanei. Poiché conoscevo il russo mi rivolsi loro dicendo: «Salve vincitori e liberatori». E in risposta udimmo dire: «Siete liberi»”.

    In totale nel campo base di Auschwitz, a Birkenau e ad Auschwitz-Monowitz furono liberati 7.000 prigionieri . Infatti, i tedeschi avevano evacuato i circa 58.000 detenuti del Kl Auschwitz con quella che fu la più grande operazione condotta nell’ambito della liquidazione definitiva  del campo.

    In tutta fretta venne evacuata anche la guarnigione del lager, vennero distrutti documenti, prove e portati via parte dei beni materiali raccolti. Furono anche prese le ultime iniziative per cancellare le tracce dei delitti commessi nel campo. Queste operazioni iniziarono il 18 gennaio ed ebbero termine con la liberazione del campo il 27 gennaio. Il 20 gennaio 1945 ( dopo averne smontato alla fine del 1944 le installazioni interne) furono fatti saltare in aria i crematori I, II e III, e il 26 gennaio il crematorio V che fino all’ultimo fu utilizzato  nel pieno della sua efficienza, mentre il IV fu bruciato e i resti fatti saltare in aria successivamente,  durante la rivolta del Sonderkommando (squadra speciale di lavoro formata da detenuti che erano costretti a occuparsi dei lavori di preparazione dei luoghi di sterminio, tra cui aiutare le vittime a svestirsi e a entrare nelle camere a gas, e di bruciare i cadaveri di quanti erano morti nelle stesse camere a gas). Il 23 gennaio, inoltre, venne appiccato il fuoco al “canada” II, il complesso di baracche-magazzini con i beni delle vittime dello sterminio.

    Nel campo restarono circa 9.000 prigionieri, in prevalenza malati e fisicamente prostrati, incapaci di marciare. Da varie fonti si evince che le Ss ne prevedevano la liquidazione, in quanto testimoni dei crimini e zavorra ormai inutilizzabile persino come mano d’opera all’interno del III Reich. Vennero impartiti ordini in base ai quali furono sterminati circa 700 detenuti, in parte a Birkenau e in parte in alcuni sottocampi di Auschwitz.

    Il 18 gennaio 1945 ebbero inizio per la maggior parte dei detenuti di Auschwitz-Birkenau quelle che gli stessi sopravvissuti hanno definito “le marce della morte”. I detenuti furono costretti a formare delle colonne di centinaia di uomini/donne disposti in fila per cinque e a marciare per ore, notti e giorni al freddo e con una misera razione di cibo formata da una pagnotta e una quindicina di zollette di zucchero. I percorsi della marcia erano disseminati di corpi, molti caduti per logoramento, molti avevano ricevuto il colpo di grazia, molti erano stati fucilati mentre tentavano di fuggire o mentre venivano scoperti a nascondersi nei posti dove dormivano di notte. Le Ss continuavano a svolgere zelantemente la propria bestiale missione.

    Ma cosa era Auschwitz? Perché Auschwitz? Domande difficili e risposte ancora più difficili.

    Auschwitz, il più grande e noto campo nazista di morte, è diventato il simbolo stesso del genocidio.

    Al suo interno furono commessi crimini senza precedenti in tutta la storia dell’umanità. Il programma di sterminio immediato degli ebrei, universalmente denominato Olocausto, e l’annientamento di polacchi e zingari, nonché dei prigionieri di guerra e deportati di altre nazionalità. Per perseguire l’obiettivo prefisso si fece ricorso alle camere a gas, alle esecuzioni, al terrore indiscriminato, al lavoro coatto, alla fame.

    Lo sterminio perpetrato ad Auschwitz non solo ha svelato un ulteriore aspetto della civiltà contemporanea, ma ha anche convinto l’umanità che se un genocidio industriale e burocratico di tali proporzioni ha potuto mai avere luogo, esso potrà ripetersi non appena risulterà alla portata dell’uomo. Il timore che ciò avvenga  di nuovo non può farci dimenticare Auschwitz, né ci permette di minimizzarne il significato.

    Proprio per non minimizzare il significato di quanto successo e relegarlo ad una sola parte della concezione politica voglio qui riportare le parole di una sopravvissuta sia alla violenza sovietica che a quella nazista.

    Dal libro “Una violinista a Birkenau”: «(…) Ascoltandoti zia, mi chiedo chi degli occupanti, quello sovietico o quello nazista fosse più crudele a Leopoli nei riguardi dei polacchi». Bisogna rispondere che le loro crudeltà nei confronti dei polacchi erano diverse, ma noi le avvertivamo alla stessa maniera. I ‘superuomini’ tedeschi erano dei nemici visibili, non nascondevano che il loro scopo fosse il nostro annichilimento. I sovietici, al contrario, ci dicevano di essere nostri amici, nostri liberatori, semplicemente fratelli. Percepivamo questa menzogna, che rappresentava del resto l’essenza dell’ideologia comunista, come qualcosa di eccezionalmente disgustoso, insidioso e particolarmente nefasto”/

    Nella prefazione al libro Helena Dunicz Niwinska – La violinista di Birkenau scrive: “Desidero – essendo una delle ultime testimoni ancora in vita di questi terribili crimini – far comprendere alle generazioni future quanto possano essere pericolose alcune ideologie, in apparenza innocenti, che fanno presa, che si diffondono smisuratamente e, avendo come scopo l’indebolimento delle coscienze umane, si trasformano in sistemi egoistici, distruttivi e portatori di odio, come il nazismo, il razzismo o il comunismo”, aggiungerei il fascismo.

    Nessuno è in grado di comprendere in pieno né di ricostruire le condizioni di vita e il dramma del milione e oltre di persone deportate al campo. Non basta l’enorme sapere accumulato nelle biblioteche e negli archivi di tutto il mondo. La tragedia di Auschwitz è la somma di fenomeni diversi, da quelli più tangibili a quelli che ebbero luogo nella coscienza delle vittime, delle loro sofferenze psichiche e fisiche.

    A tutti coloro che hanno sofferto nei campi di concentramento, a quanti sono morti, ai sopravvissuti, agli uomini, alle donne e ai bambini vittime del terrore e dell’odio razziale allora come oggi in molte parti del mondo, va il mio pensiero.

    Domenico Boeri,

    consigliere comunale “Per Alba”