AGRICOLTURA – Divieto di bruciare ramaglie: la Regione replica ai rilievi di un nostro lettore

    510
    Rischio e inquinamento ambientale. Anche dai piccoli «falò» per smaltire sfalci e ramaglie

    Spett.le redazione,

    in relazione alla lettera a firma del signor Giuseppe Robaldo, recentemente pubblicata dal vostro giornale, nella quale si fanno alcune considerazioni sul divieto introdotto dalla Regione Piemonte di ricorrere alla pratica agricola dell’abbruciamento durante il periodo invernale, mi preme fare alcune precisazioni.

    La lettera del signor Robaldo si fonda su un equivoco di fondo, ossia relegare il divieto dell’abbruciamento a una sola questione di tutela ambientale, e pertanto alleggerendolo di un peso notevole rispetto alla ratio con la quale il provvedimento è nato. Essendo pur vero che l’Accordo per il risanamento della qualità dell’aria nel bacino padano – sottoscritto nel giugno 2017 tra le quattro Regioni interessate (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte) e il Ministero dell’Ambiente – richiama all’impegno per adottare provvedimenti di sospensione, differimento o divieto della combustione all’aperto del materiale vegetale, il divieto di ricorrere alla pratica dell’abbruciamento è stato introdotto nella legge regionale quadro di contrasto agli incendi boschivi, n. 15/2018, approvata in Consiglio regionale all’unanimità (ovvero da tutte le forze politiche!) il 25 settembre scorso.

    La legge ha definito il limite temporale di applicazione del divieto nel periodo compreso tra il 1 novembre e il 31 marzo su tutto il territorio regionale, facilitando al contempo la pratica dell’abbruciamento nel periodo non compreso dal divieto, ossia non contemplando più l’obbligo da parte dell’agricoltore l’obbligo di comunicazione scritta al comune di competenza prima dell’abbruciamento.

    La norma regionale è nata a seguito dei devastanti incendi scaturiti nell’ottobre del 2017, che hanno distrutto una parte significativa del patrimonio boschivo del Piemonte e mettendo a serio rischio l’incolumità delle persone. Per molti anni ancora dovremo intervenire per ripristinare quanto distrutto da questi incendi, anche con opere di messa insicurezza del territorio che si sarebbero potute evitare.

    Ricordiamo inoltre che dal 30 dicembre scorso in Piemonte vige lo stato di massima pericolosità per incendi boschivi. Dal 1° gennaio ad oggi abbiamo avuto oltre 80 roghi in Piemonte, con una media di 2,6 principi di incendi al giorno che, pur non essendo saliti alla ribalta della cronaca, hanno visto in azione quasi 700 volontari, 219 mezzi, 2 canadair e 2 elicotteri regionali. È pertanto evidente che, a fronte di un quadro come questo non si può non riconoscere la necessità dei provvedimenti regionali. Anzi, si ricorda che tutte le violazioni di legge sono perseguibili penalmente.

    Con riferimento specifico al settore corilicolo, gli interventi normativi introdotti – ossia l’aver a disposizione sette mesi all’anno per poter ricorrere alla pratica dell’abbruciamento (dal 1° aprile al 31 ottobre), e la semplificazione dell’iter burocratico (l’eliminazione dell’obbligo di comunicazione scritta al sindaco) – mi sembrano del tutto ragionevoli e sostenibili.

    Per ritornare invece agli aspetti legati alla lotta all’inquinamento atmosferico, occorre tener presente che l’introduzione del divieto rientra tra le misure impellenti al fine di rispondere alla reale problematica sanitaria riportata dall’Oms, la quale registra oltre 90mila morti premature annue in Italia dovute all’inquinamento atmosferico. Inoltre la Commissione Europea ha deferito alla Corte di Giustizia l’Italia (insieme a Germania, Francia, Romania, Regno Unito e Ungheria) per il mancato rispetto dei valori limite in atmosfera del biossido di azoto, e per aver omesso di prendere le misure appropriate per ridurre al minimo i periodi di superamento. L’Italia, insieme a Ungheria e Romania  è stata inoltre deferita alla Corte di giustizia per via dei livelli costantemente elevati di particolato (Pm10). In termini pratici, questa situazione, se non affrontata con misure normative appropriate, oltre all’aumento del numero dei morti a causa del perdurare degli inquinanti in atmosfera, potrebbe costare al Piemonte una multa tra gli 80 e i 100 milioni di euro; cifra che ricadrebbe sulle tasche dei cittadini.

    Concludo ricordando che la Regione Piemonte sta agendo contemporaneamente su tutti i fronti legati al risanamento atmosferico: traffico veicolare, riscaldamento degli edifici, emissioni industriali. Ad ognuno tocca la propria parte e ha il dovere di dare il proprio contributo a un problema, quello della qualità dell’aria, che interessa tutti, e per il quale tutti possiamo fare qualcosa.

    Sono convinto che cambiando alcune abitudini, nell’ottica del rispetto dell’incolumità di tutti e del territorio, in futuro si eviteranno anche tante tragedie come quelle registrate recentemente, e che purtroppo sono sempre opera dell’uomo.

    Alberto Valmaggia

    assessore all’Ambiente e alla Protezione

    Civile della Regione Piemonte