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    Le parole del presidente della Provincia rivolte al Presidente della Repubblica Mattarella

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    CUNEO

    – “E’ con gioia e riconoscenza che porgo a tutti Voi il saluto della Provincia di Cuneo, rappresentata oggi insieme a me anche dai consiglieri provinciali. La presenza del Signor Presidente della Repubblica, Onorevole Sergio Mattarella, proprio in occasione delle celebrazioni della Festa della Liberazione, è motivo di orgoglio per un territorio provinciale insignito nel 2004 della Medaglia d’Oro al Valor civile. Il 25 aprile è una data simbolo, storicamente e socialmente riconosciuta come fine della Seconda Guerra Mondiale. Indica la liberazione dal giogo della dittatura nazifascista conquistata città dopo città, casa per casa, metro per metro, grazie al sacrificio degli eserciti Alleati e all’incredibile contributo della lotta partigiana, definita da alcuni ufficiali statunitensi “l’ultimo atto di dignità di un popolo ferito”.

     

    All’indomani dell’8 settembre 1943 molti cittadini italiani e stranieri si sono trovati uniti di fronte a una decisione coraggiosa e affatto scontata: hanno scelto consapevolmente di opporsi con tutti i loro mezzi all’odioso regime che per vent’anni li aveva privati della libertà e che da lì a poco, con l’occupazione tedesca, sarebbe diventato ancora più cruento. Proprio per questo, per l’esempio di quegli uomini e di quelle donne e per l’incredibile laboratorio di democrazia che sono state le formazioni partigiane, la memoria della Resistenza dovrebbe assurgere al ruolo di faro guida nella vita civile e politica del Paese. Ringrazio per questo, a nome di tutti i Cuneesi, i colleghi sindaci Patrizia Manassero, Roberta Robbione e Maurizio Paoletti per aver invitato il Signor Presidente della Repubblica. Essi rappresentano, infatti, tre delle città dove la furia nazista si è abbattuta con maggior veemenza e ferocia e le cui ferite ancora oggi pulsano come un corpo vivo.

    Cuneo, città natale dell’avvocato Tancredi “Duccio” Galimberti a cui è intitolata la piazza situata a pochi metri dal luogo in cui ci troviamo oggi, padre fondatore, insieme a Dante Livio Bianco, della resistenza cuneese; Boves, teatro del primo eccidio italiano avvenuto il 19 settembre 1943 su ordine del comandante tedesco Joachim Peiper, durante il quale vennero uccisi 23 civili, tra i quali il parroco don Giuseppe Bernardi e il vice parroco don Mario Ghibaudo proclamati beati pochi mesi fa, e incendiate centinaia di abitazioni; e infine Borgo San Dalmazzo, dal cui campo di concentramento partirono oltre 300 ebrei destinati ad Auschwitz. Accanto alla sede del campo ed alla stazione ferroviaria è stato realizzato Memo 4345, percorso espositivo multimediale che, invitando a riflettere sulle radici delle persecuzioni e della xenofobia, si pone come agente del cambiamento nella percezione della coscienza critica collettiva.

    Basterebbe questo breve riassunto per capire quale oscurità, quale notte possa inghiottire intere comunità, per dirla con le parole del nostro concittadino Alberto Cavaglion. Ma queste tre città, e posso affermare con orgoglio l’intera provincia di Cuneo, hanno saputo illuminare la loro notte più lunga con barlumi di coraggio che si sono trasformati in speranza, in lotta, in fame di vita anche laddove aleggiava lo spettro della morte. Un ricordo oggi lo dobbiamo alle oltre dieci cittadine della Granda decorate con medaglie al Valor Civile o Militare, in particolare a Boves che è tra le pochissime d’Italia a potersi gloriare di entrambe le Medaglie d’oro.

    Permettetemi, infine, di citare soltanto una figura e una località. La figura è quella del tenente degli Alpini Enrico Martini (Mauri), originario di Mondovì, organizzatore delle Brigate Autonome nel Cuneese, Langhe e Monferrato e decorato Medaglia d’Oro al Valor Militare per il suo importante contributo alla guerra di Liberazione in Piemonte. La località è Paraloup, frazione del Comune di Rittana, il cui nome in piemontese significa “al riparo dai lupi” e dove salirono le prime formazioni di Giustizia e Libertà. Ripensando con emozione a quei ragazzi che ottant’anni fa scelsero di “salire in montagna” e a tutti quelli che come loro, nelle città e nelle fabbriche, scelsero la strada della difesa della libertà, mi auguro, da cittadino ancora prima che da rappresentante di un’istituzione, che la chiamata a resistere ci trovi sempre pronti con le armi indefesse dell’intelletto e della cultura, affinché la democrazia che ci hanno regalato i nostri nonni rimanga sempre al riparo dai lupi”.

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