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La mappa del Piemonte inquinato: sono 500 i siti contaminati da sostanze tossiche o cancerogene, anche nelle Langhe

C’è un buon pezzo di Langa e Roero nella mappa dei territori piemontesi contaminati da sostanze altamente inquinanti e cancerogene, come diossine, metalli, policiclici aromatici e idrocarburi. Complessivamente, sono 500 i siti della nostra regione con gravi forme di inquinamento accertate, alcuni dei quali nel nostro territorio. Un dato che ha sorpreso amministratori e ambientalisti di tutto il Piemonte, ignari della presenza di un così elevato numero di territori a rischio, non solo per l’ambiente ma anche per la salute dell’uomo.

Sui 500 siti accertati vigeva infatti una sorta di riserbo e, di conseguenza, la loro ubicazione era nota soltanto agli addetti ai lavori. Il vaso che si è scoperchiato, grazie alla decisione della stessa Regione che ha pubblicato la mappa sul portale dati.piemonte.it, ha creato un comprensibile allarmismo, soprattutto nei comuni interessati dalla presenza dei siti maggiormente inquinati. Dalla fotografia della situazione emerge come oltre la metà dei siti censiti si trovi sul territorio della provincia di Torino. Seguono, in questa poco onorevole classifica, le province di Novara, Alessandria, Biella, Vercelli, Cuneo, Asti e Verbania.

Come si spiega nello stesso portale della Regione: “Un sito contaminato è un sito all’interno del quale le concentrazioni di contaminanti nelle diverse matrici ambientali (suolo, sottosuolo, acque sotterranee e superficiali) sono tali da determinare un rischio sanitario-ambientale non accettabile”. «Oltre il 50% delle cause di inquinamento riscontrate sul territorio regionale – hanno spiegato i tecnici che hanno effettuato i rilievi – sono riconducibili alla presenza di sostanze contaminanti attribuibili alla cattiva gestione di impianti e strutture. Le altre principali cause di inquinamento sono riconducibili alla presenza di sostanze inquinanti dovuta alla scorretta gestione di rifiuti (oltre il 20%), eventi accidentali (17%), sversamenti incidentali su suolo e acque (8%) e attività legate all’agricoltura intensiva per utilizzo di concimi, fitofarmaci, fanghi di depurazione, liquami zootecnici. In alcuni siti si rileva invece una concentrazione di metalli pesanti, come piombo, rame, zinco, antimonio, stagno e berillio, superiore ai limiti di legge. E’ inoltre presente, sul territorio piemontese, un inquinamento diffuso delle acque sotterranee derivante dall’uso in ambito industriale di solventi clorurati.». Un quadro, dunque, tutt’altro che rassicurante.

Ma c’è di più. Come hanno ancora sottolineato gli esperti: «Sul territorio piemontese è infatti presente anche una contaminazione diffusa del suolo, di prevalente origine naturale, legata alla presenza di rocce contenenti naturalmente elevate concentrazioni di cromo, nichel e cobalto». La “mappa del Piemonte inquinato” include infine anche alcuni siti caratterizzati dalla presenza di sostanze chimiche particolarmente pericolose per la salute umana, come le diossine o gli alifatici clorurati, alcuni altamente cancerogeni come il clorometano. Ed è proprio da qui che si dovrà ripartire per avviare l’opera di bonifica. “Bonificare” pare dunque essere per tutti la parola d’ordine. Purtroppo, non sempre alle buone intenzioni seguono i fatti concreti. Chi ha fatto due conti – giusto quelli della serva – ha evidenziato come i 6,8 milioni di Euro stanziati dalla Regione per la bonifica dei siti siano totalmente insufficienti. Per un intervento radicale di messa in sicurezza si stima infatti un investimento necessario di almeno 100 milioni.

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