La dolciaria Flamigni se ne ritorna a Forlì: in 40 perdono il lavoro

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Affermato marchio di panettoni e colombe pasquali. Insediatasi da un quarto di secolo nello stabilimento ai piedi di Rodello, l’azienda romagnola vanta in realtà quasi 90 anni di storia. I primordi nella pasticceria che i fratelli Armando, Lieto e Aurelio Flamigni fondarono in piazza Saffi, a Forlì, nel 1930. Già pochi anni dopo i negozi si erano moltiplicati, diventando la tappa obbligata per tutti i viaggiatori che dal Nord si recavano sulla riviera adriatica. L’apertura nelle Langhe in collaborazione con Antonio Fava, artigiano del posto

La notizia, filtrata attraverso i commenti delle persone addette alle lavorazioni, è stata controllata e confermata. Il laboratorio dolciario Flamigni sta traslocando alla volta di Forlì, dove ha sede la casa madre dell’azienda alimentare che da 25 anni era presente in via Montà a Rodello, appena superato l’abitato di San Rocco Cherasca.

L’ultimo ciclo di produzione si è concluso prima di Pasqua e le colombe consegnate nei giorni scorsi hanno segnato il fermo degli impianti e l’inizio delle operazioni di trasferimento.

La chiusura “ufficiale” è prevista per gli ultimi giorni di aprile e, in questi giorni, sono al lavoro alcuni dei lavoratori ai quali è stato prolungato il contratto scaduto a Pasqua. Il loro compito è quello di smontare, imballare, spedire e pulire il laboratorio, con la speranza che vi trovi posto un’altra attività produttiva. Che possa magari accogliere i circa 35/40 addetti assunti per i due cicli di produzione: quello dei panettoni e poi quello delle colombe. I dipendenti assunti a tempo indeterminato erano solamente tre, una trentina quelli assunti con contratti a termine, mentre una piccola parte di addetti venivano messi a disposizione tramite una cooperativa.

La chiusura del laboratorio non ha colto di sorpresa i dipendenti. «Qui – raccontano – siamo quasi tutti contrattisti: le condizioni sono sempre state chiare e l’azienda ha sempre rispettato i propri impegni. E’ ovvio che dopo tanti anni le cose assumono un contorno diverso. Qui sì è sempre lavorato molto bene, non abbiamo mai avuto problemi a vendere la produzione e siamo diventati un gruppo in grado di produrre con altissimi standard di qualità. La casa madre, del resto, produce torroni e biscotti e ha sempre apprezzato la nostra produzione di qualità. Purtroppo però…».

Quando il quartier generale di Forlì ha preso la decisione di riportare a casa anche il reparto di produzione dei panettoni e delle colombe, al distaccamento di Ricca altro non è rimasto che dire “obbedisco”. L’accorpamento, una volta recuperato il gap d’esperienza da parte di maestranze a diversa specializzazione, consentirà una riduzione dei costi e un’ottimizzazione della logistica che, di questi tempi, non si può regalare alla concorrenza. «Dispiace però – concludono gli ex dipendenti – che vada persa una bella azienda, che in sede locale rappresentava un riferimento per una quarantina di famiglie. E dispiace ancora di più perché si trattava di un’attività sana e molto apprezzata dal mercato».

LA RIPRESA C’E’ MA L’OCCUPAZIONE NON CRESCE

Il comprensorio locale, detto diversamente, perde un “pezzo” ad alto valore aggiunto proprio in quell’ambito, l’alimentare, che sembra essere quello che meglio interpreta i segni di mutazione della contingenza. In un territorio che, purtroppo, conferma i toni chiari e scuri già emersi dagli studi previsionali della Confindustria, dai dati statistici e dall’osservazione dei fenomeni occupazionali.

Pur apprezzando il fatto che in Granda i segni di ripresa ci sono e che i giovani senza lavoro sono “solo” il 18% contro un dato nazionale oltre che doppio, resta il fatto innegabile che l’occupazione stabile non cresce. Confermando un quadro di precarietà purtroppo ben rappresentato anche dal trasferimento della Flamigni.

LE ALTRE CRISI

Del resto l’anno si era chiuso con la crisi della Came di Roddi (meccanica), 14 licenziamenti nel segno del Jobs Acts, con accorpamento, molto amaro, della sede periferica in quel di Treviso.

Nei mesi successivi, e sinora, non erano poi mancate le occasioni per dare spazio a cattive notizie e qualche lieto fine. E’ stato il caso della Miroglio Textile, che ha ridimensionato il quartiere generale di Castagnole e affidato l’attività di controllo dei filati a un ramo d’azienda. Nella Stamperia di Govone restano ora 170 lavoratori e il sindacato prosegue nella richiesta di un piano industriale di rilancio della manifattura.

C’è stata apprensione anche alla Giordano Vini, per 64 lavoratori in rientro dalla Geodis Logistic e nuova destinazione all’esterno. La buona notizia è che avranno il trattamento previsto dal contratto collettivo nazionale del settore logistico.

Il sindacato: scelta aziendale impossibile fare opposizione

Dell’addio della Flamigni “il Corriere” ha parlato con Antonio Bastardi, rappresentante della Fai Cisl.

«Dal punto di vista sindacale – spiega Bastardi – la situazione è attualmente in una fase di confronto troppo precoce per poter parlare di vertenza. Anche nella misura in cui sono solo tre i dipendenti assunti a tempo indeterminato, mentre la maggior parte dei lavoratori sono a termine e non sarà loro rinnovato il contratto».

E quindi nulla si può fare a tutela di queste figure? «Per gli assunti a contratto vale quanto previsto dall’accordo con l’azienda. Ad alcuni è stato proposto il trasferimento a Forlì, così come a due dei tre assunti a tempo indeterminato. Ma, ovviamente, si tratta quasi sempre di persone che hanno famiglia e figli. Spostare il proprio baricentro a diverse centinaia di chilometri presenta difficoltà oggettive molto rilevanti. In ogni caso abbiamo fatto richiesta di prelazione, in caso di nuove assunzioni, per tutte le persone che hanno perso il lavoro».

Non era possibile stabilizzare gli operai? Ora potrebbero disporre degli ammortizzatori sociali? «Non è stato possibile per la tipologia di lavoro svolto dall’azienda a Rodello. Dove si lavorava da settembre a dicembre per i panettoni e da febbraio a Pasqua per le colombe. Trattandosi di lavorazioni assolutamente stagionali, l’azienda ha scelto questo tipo di proposta contrattuale. Col tempo si è venuto a creare un “know how” di grandissimo rilievo. Che ha consentito a Flamigni di occupare uno spazio importante sul mercato di settore. Purtroppo, almeno così pare, questo sapere prezioso tra artigianato e piccola industria sembra essere destinato alla dispersione. Ma al richiamo da parte della casa madre è impossibile fare resistenza».