Il piemontese? Non si parla più

L’Alliance for Linguistic Diversity ha inserito il nostro dialetto tra quelli considerati a “rischio di scomparsa”. C’è il pericolo di perdere un pezzo della nostra storia

0
99

L’allarme arriva addirittura dall’Alliance for Linguistic Diversity, il più autorevole ente internazionale posto a difesa delle lingue e dei dialetti di tutto il mondo. Il piemontese è stato infatti inserito nell’elenco dei dialetti a più forte rischio di scomparsa, un po’ come si fa con gli animali, che vengono inclusi nella “Lista rossa” quando arrivano sull’orlo dell’estinzione. Quella dei dialetti è una ricchezza culturale che purtroppo va rapidamente scomparendo in ogni regione, non più insegnata e tramandata alle giovani generazioni. Gli esperti dell’Alliance for Linguistic Diversity hanno indicato il dialetto piemontese come tra i più a rischio d’Italia, insieme al romagnolo e al friulano. In queste aree i giovani non lo parlano ormai quasi più, a differenza di altre zone d’Italia, specie al sud, dove ancora la parlata dei propri nonni è tramandata e diffusa.

Valori da tramandare

Soltanto pochi giorni fa, il 17 gennaio, è stata celebrata la Giornata Nazionale del dialetto e delle lingue locali, istituita nel 2013 dall’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia (Unpli) con il fine di valorizzare le parlate della tradizione, che sono diventate sempre di più un ricordo nostalgico dei tempi passati e sempre meno uno strumento utile alla comunicazione. Eppure, quanto il dialetto faccia parte della storia del Piemonte ce lo ha ricordato recentemente lo stesso Papa Francesco, durante un’intervista alla trasmissione “Che tempo che fa”. Come ha spiegato il pontefice, argentino ma di origini astigiane: «La prima lingua che ho imparato non è stato lo spagnolo, ma il Piemontese, perché i miei nonni, tra di loro, parlavano Piemonteis». Tante testimonianze striche del nostro territorio ci dicono che, ancora nei primi decenni del Novecento, molti adulti parlavano soltanto il dialetto e imparavano l’italiano solo grazie ai figli che andavano a scuola e si improvvisavano traduttori. Nell’ultimo ventennio, tuttavia, qualcosa si è rotto in quel meccanismo antico che, di padre in figlio, tramandava secoli di tradizione. I genitori hanno iniziato a parlare italiano, e i giovani hanno dimenticato la lingua del loro territorio. I dati Istat che hanno fotografato il fenomeno sono impietosi: nella nostra provincia, a parlare regolarmente in dialetto sono solo più pochissime persone, in genere anziani, o residenti nei piccoli comuni di campagna e di montagna. Ma ancora per quanti anni? Quanto tempo passerà prima che il piemontese diventi una “lingua” conosciuta soltanto da pochi esperti come avviene per il latino? Perdere il dialetto, tuttavia, significa anche perdere un pezzo della nostra tradizione, dimenticare le storie legate al nostro territorio.

L’esempio argentino

Ben vengano dunque le iniziative portate avanti da diverse Istituzioni e associazioni, finalizzate a far conoscere ai ragazzi quello che era il mondo dei loro nonni. L’esempio da seguire ci arriva ancora una volta dall’Argentina, terra di immigrazione per tantissimi piemontesi nello scorso secolo. Qui esiste addirittura una scuola di Piemontese, dal curioso nome “Cerea”, nata per non far dimenticare, ai figli dei migranti, il dialetto dei loro nonni e, dunque, mantenere un legame con le loro lontane origini.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui