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    Il piacere di essere pigri

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    Ebbene lo confesso, sono pigra, in modo intenzionale e consapevole. Godo dei momenti di pigrizia, come il bighellonare in casa al mattino, con la tazzina di caffè in mano e perdermi nel vuoto. Io, pigra, mi sono sentita a mio agio leggendo il libro di Gianfranco Marrone La fatica di essere pigri, dove si analizza il significato sociale del comportamento.

    L’autore sostiene che l’essere pigri non è una questione di carattere ma un sentimento collettivo, una forma di vita che può manifestarsi, crescere e trasformarsi in precisi contesti culturali e sociali, quelli dove la laboriosità e l’inoperosità sono contrapposti come diverse filosofie di vita: il pigro è chi reagisce a un sistema di valori e comportamenti diffusi, che ripudiano l’inattività come amorale, considerandola alla pari di un vizio. La pigrizia allora diventa una reazione o forse una ribellione nei confronti dei canoni ufficiali che ingabbiano in una cultura che fa dell’attivismo un valore supremo fine a se stesso. Lo strafare contro il non fare. E non mi sento per nulla in colpa, anzi sono i momenti che agogno, lontani dal “fare”, dal “dover fare” e mi riconosco appieno nelle parole di Jacques Leclercq, il moralista dell’Università di Louvain che nel suo Elogio della pigrizia dice: «No, non è correndo, non è nel tumulto delle folle e nella calca di cento cose scompigliate che la bellezza si schiude e si riconosce. La solitudine, il silenzio, il riposo sono necessari ad ogni nascita, e se talvolta un pensiero o un capolavoro scaturisce in un lampo, è perché l’ha preceduto una lunga incubazione di vagabondaggio ozioso».

    In questo testo celebra le dolcezze e le virtù dell’indolenza e della lentezza, fondamentali per poter pensare e rendere la vita più umana. Oggi, la nostra società si basa sulla prestazione come valore, le tecnologie ci portano ad essere connessi 24 ore sul 24 e ci rendono ostaggi di un lavoro continuo, così il tempo libero si trasforma in un tempo costellato di tante attività. Allora, in questo contesto, essere pigri ha un senso, diventa una sorta di resistenza. Recita una poesia Zen: «Seduto pacificamente senza far nulla/ viene la primavera/ e l’erba cresce da sola». L’anacoluto diventa qui una rottura di costruzione. Ad essere seduta non è la primavera ma un soggetto quasi spossessato della sua consistenza di soggetto. Proprio come il pigro autentico.

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