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Il paradosso del cibo che buttiamo

I decisori politici ed economici continuano imperterriti a ragionare con una vecchia visione di semplice relazione causa-effetto, con la solita litania del tipo: “siccome si incrementa la domanda di beni di consumo, bisogna incrementare l’offerta”. La FAO ha realizzato uno studio sulla perdita di cibo nelle filiere alimentari mondiali e sul cibo letteralmente “buttato via” da noi abitanti dei Paesi ricchi e ne è uscito fuori un dato terribile. Ogni anno, nel mondo, si perdono 1.300 milioni di tonnellate di cibo. Ogni anno i consumatori dei paesi ricchi buttano via una quantità di cibo stimata in 222 milioni di tonnellate, pari all’intera produzione alimentare dell’Africa subsahariana. Soltanto in Italia si buttano via oltre 20 milioni di tonnellate di cibo l’anno. Il perverso meccanismo della crescita economica quantitativa è giunto al capolinea. Nessuna civiltà del passato è sopravvissuta alla distruzione dei propri supporti naturali, ma nonostante ciò gli economisti guardano al futuro in modo diverso, prestando poca attenzione al limite della produzione dei sistemi naturali del pianeta. Basandosi su dati esclusivamente economici per misurare il progresso, essi concepiscono la crescita di quasi dieci volte dell’economia mondiale dal 1950 ad oggi come il risultato più alto della nostra civiltà. Il punto è che con i nostri sistemi di contabilità inganniamo noi stessi. I trend ambientali sono i principali indicatori che possono dirci quale sarà il futuro dell’economia e della società stessa. La riduzione delle calotte polari è il preludio al crollo del valore delle proprietà immobiliari sulle coste. L’abbassamento delle falde acquifere di oggi ci avverte dell’aumento dei prezzi del cibo di domani. Come possiamo dare per scontato che la crescita di un sistema economico che sta distruggendo le foreste della terra, ne sta erodendo il suolo, esaurendo le risorse e fondendo le calotte polari possa semplicemente venire proiettata sul futuro a lungo termine? I resoconti archeologici indicano che il collasso di una civiltà non arriva all’improvviso, ma attraverso un lento declino sociale e ambientale. Occorre cambiare rotta! Prima lo facciamo meglio sarà.

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