Gli orrori del passato devono essere un monito per il futuro, perché il futuro si costruisce oggi, mantenendo viva la memoria di tragedie che hanno segnato profondamente la nostra storia, come il drammatico incendio che devastò le comunità di Farigliano e Piozzo.
Le testimonianze dell’epoca rievocano con crudo realismo l’inizio di quella tragedia, quando le prime fiammate improvvise non lasciarono comprendere all’istante di cosa si trattasse, sospese tra il dubbio che fossero segnali convenzionali scambiati dalle truppe occupanti intente al saccheggio o pallottole traccianti. Presto, però, la realtà si manifestò nei suoi aspetti più terrificanti, con dense colonne di fumo che cominciarono a levarsi nel cielo accompagnate dal crepitio sinistro del fuoco, mentre gli incendi, inizialmente isolati e sparsi, diventavano via via sempre più fitti. Al calare del sole lo spettacolo si fece tragico e un gruppo di anziani, tenuti in ostaggio dal nemico, si trovò ad assistere impotente a una scena dai contorni apocalittici: sulla collina a sinistra bruciavano le case di Piozzo, mentre in basso, oltre il fiume Tanaro, l’intero paese di Farigliano veniva letteralmente divorato dalle fiamme. Tra i bagliori accecanti dei roghi si scorgevano uomini e donne correre come forsennati nel disperato tentativo di spegnere i primi focolai con secchi colmi d’acqua, mentre i soldati tedeschi si allontanavano portando con sé il bestiame razziato. Il giorno seguente il panorama apparve ancora più drammatico, poiché la maggior parte dei fariglianesi aveva trascorso l’intera notte a lottare contro il dilagare del fuoco; tra quella gente intirizzita dal freddo e interamente coperta di fuliggine serpeggiava una profonda rabbia per il gesto spietato di un nemico che, non riuscendo a contenere le azioni strategiche dei partigiani, era ricorso a una punizione collettiva indiscriminata. Un fumo acre e denso si espanse nell’aria, destinato a non scomparire prima di parecchi giorni, mescolandosi a un persistente odore di bruciato continuamente alimentato da piccoli focolai non ancora del tutto domati.
Lo scenario era desolante, con case dai tetti completamente crollati che si affacciavano su altre abitazioni annerite, strutture sventrate da veri e propri crateri e facciate che apparivano funeree e prive di finestre e porte, per un bilancio finale drammatico che vide ben 240 edifici distrutti o gravemente aggrediti dalle fiamme. Eppure, in mezzo a un simile disastro e a tanta giustificata rabbia, si fece strada un potente sentimento di solidarietà e, su iniziativa del parroco locale, venne organizzata una tempestiva raccolta di viveri e indumenti; i beni vennero depositati nei locali del Comune, dato che la canonica era stata resa quasi del tutto inagibile dal fuoco, per poi essere distribuiti ai più bisognosi in una commovente gara tra poveri per aiutare i più derelitti.
Dopo aver degnamente seppellito i due morti di quella terribile giornata, la popolazione diede immediatamente inizio alla faticosa opera di ricostruzione, dimostrando una resilienza straordinaria. Così, pur portando sulla pelle e nel cuore paurose ferite ancora aperte, la vita di quella comunità riprendeva con coraggio, anche se la lotta di liberazione non era affatto terminata e ben nove mesi di sofferenze e sacrifici dividevano ancora quel drammatico momento dal giorno in cui si sarebbe finalmente tornati alla normalità, da vivere in un nuovo e tanto atteso clima di libertà. Per le generazioni ultime quel terribile giorno può forse apparire lontano o difficile da comprendere appieno, ma rimane uno dei capitoli più significativi e dolorosi della nostra memoria storica, un faro che deve guidare la coscienza civile nel difendere quotidianamente i valori della pace.










