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    “Il dono di vivere – la libertà di morire”:  incontro sul fine vita promosso dall’associazione ITHACA

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    ALBA – La vita è il dono più prezioso. Ci sono però situazioni dove è impossibile non pensare alla libertà e al diritto di mettere da parte questo dono. Del fine vita e della necessità di dare una risposta legale a chi vuole morire si è parlato ad Alba, in sala Riolfo, venerdì 14 aprile nel corso dell’incontro organizzato dall’associazione culturale ITHACA. A discutere sui temi etici e legali del fine vita sono stati il presidente di ITHACA avvocato Giorgio Scagliola ed i colleghi Giorgia Montanara – presidente del Consiglio dell’Ordine forense di Asti – e Massimo Rossi, difensore di Marco Cappato nel processo intentato all’attivista davanti alla Corte d’Assise di Milano in primo grado e, in secondo grado, davanti alla Corte Costituzionale. Marco Cappato era imputato ai sensi degli articoli 578 e 590 del Codice Penale: quelli che descrivono e circoscrivono i reati di omicidio del consenziente e di istigazione al suicidio. Messi in atto, secondo l’accusa, nel consentire a Fabiano Antoniani, dj Fabo, tetraplegico a seguito dei traumi riportati in un incidente stradale, di accedere al suicidio assistito presso una clinica in Svizzera. Al termine del procedimento Marco Cappato, attivista dell’associazione Luca Coscioni era stato prosciolto dalle accuse “per insussistenza del fatto”.

     

    Negli ultimi 30 anni la scienza ha aggiunto anni alle nostre vite, ma quantità e qualità non sono direttamente proporzionali. L’invecchiamento della popolazione crea cronicità complesse, il progresso scientifico consente di prolungare la vita in condizioni che non sono per tutti accettabili allo stesso modo o con la stessa motivazione. Vivere o sopravvivere, qual è la linea di confine tra una vita dignitosa e una non più “vivibile”? In questi anni molte cose sono cambiate e il vecchio codice Rocco del 1930 scricchiola da ogni lato per adeguarsi a una società che non pone più l’individuo al servizio della comunità, ma la comunità intorno ai bisogni prima della persona e poi del singolo. Dopo i casi clamorosi che hanno scosso la pubblica opinione, come quelli di Eluana Englaro e Pier Giorgio Welby, aprendo la strada a un confronto ormai ineludibile a fronte di un mondo politico “sordo” e statico di fronte a questa scelta del diritto: “E’ ora questa la tesi dei relatori – che sia il popolo a fare sentire la sua voce. Occorre una iniziativa legislativa coraggiosa e coerente che si faccia carico di dare un nuovo perimetro legale e di responsabilità a chi non vuole più affrontare una sofferenza fisica o psichica senza ritorno”.

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