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I detti che fra un po’ non saranno più detti: La colassion del gal

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Traduzione: la colazione del gallo. Eccolo, ël re dla cort, che si para dinanzi a noi in tutta la sua altezzosa maestà, che si aggira fra le sue devote chiocce con aria di indiscusso dominatore, che ci fa chiaramente capire che «qui il padrone sono io». Cresta alta, incedere quasi arrogante, è il tipico esempio (non ce ne vogliano gli strenui fautori del politically correct) del maschio alfa. Sopra le palle gli manca solo un paio di bretelle, che potrebbe far schioccare afferrandole con le ali, per farne il più grande dei blagheur in circolazione nel dominio eucariote. Apro la mia solita breve parentesi, odiata come sempre da uno e mezzo dei miei due lettori. Scusate, non avevo certo l’intenzione di fare lo sbruffone citando l’ultima parola di qualche rigo prima, e non vorrei altresì ritrovarmi nella tanto biasimata schiera dei lodatori del tempo passato.

Una volta, però, noi poveri mortali eravamo abituati a ragionare su tre regni che comprendevano l’intero mondo: animale, vegetale e minerale. Adesso, invece, prima dei regni spuntano i domìni. E per fortuna che almeno i minerali sono esclusi dal giro, se no sarebbero cazzi amari anche per loro, malgrado l’impassibilità che normalmente dimostrano. Tornando a bomba i due domìni sono: l’Eucariote. Comprende pressoché tutta la gamma del mondo animale e vegetale che normalmente incontriamo nel nostro cammino terreno. E allora perchè, chiederà il solito spaccapalle ad oltranza, se questo dominio raggruppa pressoché tutto, c’era bisogno di metterlo in prima fila nelle catalogazioni scientifiche? Perché, mio sprovveduto saputello, di domìnio ce n’è un altro, e precisamente: il Procariote. Comprende i batteri, arcaici o no; roba, insomma, al cui confronto la scoreggia di un acaro diventa una galassia. Quindi, se la loro importanza è pari alle loro dimensioni, ti posso anche dare ragione, amico mio; ma sai, l’Ucas (Ufficio Complicazione Affari Semplici) è sempre in agguato per renderci la vita un po’ più difficile. E chissà che non se ne inventi ancora qualcun’altra. Ma torniamo al nostro bel galucio (pronuncia galüciu), che abbiamo lasciato felice e ruspante sul’aia. Non credete che il buon pedemontano l’abbia potuto apostrofare con una definizione che caratterizzi le sue peculiarità, quando ha battezzato il detto: La colassion dël gal?

Chiaramente non si riferiva solo al crestato pennuto, ma a ben altro bipede, che è aduso a razzolare in ambienti che a volte sono definiti umani con la stessa boria che dimostra il re dell’aia. Ed allora, di che colazione si tratta? Si chiederà qualcuno con un lampo di malizia negli occhi. Sicuramente non comprende solamente il pasto mattutino, bensì qualcos’altro di ben più appetitoso per il nostro ruspante per natura, che a volte le bretelle le ha sul serio. E lascio alla vostra fantasia immaginare il tutto. Tant’è che una volta, in un autogrill dalle nostre parti, quando trovai una merendina che riportava sulla confezione la scritta La colassion dël gal immaginai, nella mia fantasia perversa, quali componenti salutistiche potesse contenere per soddisfare i desideri di virilità del suo potenziale consumatore. Quel che è certo è che io non l’assaggiai. Soprattutto perché – come al solito – non avrei avuto controparte alcuna su cui sperimentarne i reali benefici. A questo punto, tanto valeva mangiarsi un croissant in solitaria.

Il racconto è tratto da “As peul nen: detti non più detti che fanno scuotere la testa”, edizioni “Priuli & Verlucca”

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