Traduzione: l’angolo dei brontoloni. Tanti anni fa, talmente tanti che se ne trovano solo poche tracce sul web, la Rai regionale aveva nei programmi una trasmissione chiamata «Il Gazzettino del Piemonte», all’interno della quale ad un certo punto si ascoltava la voce del mitico Gipo Farassino che, accompagnandosi con la altrettanto mitica froja (la chitarra), cantava questi versi: Barbota chiel, barbòta chila, barbota ‘dcò magna Camila. Barbota ‘l mut ëd via Milàn e la madama ch’a sta al prim pian. Ma cosa l’é sto gran fracass? A smìa a ‘n saba a Porta Palass! Sta confusion a l’ha na rason! A l’é ‘l canton dij barboton. Ed infatti quella quartina serviva da introduzione alla rubrica chiamata appunto Ël canton dij barboton (L’angolo dei brontoloni), dove il tipico burbero figlio delle nostre vallate poteva sfogare coram populo le sue querimonie addirittura in piemontese. Ripeto, in piemontese! E così Monsù Pautàss si poteva lamentare dell’inefficienza della rete tranviaria. Mentre Tòta Muss prendeva di mira la sporcizia del mercato sotto casa. E l’anziana Madama Ferrero dichiarava che la sera non era più sicura ad uscire: erano le barbotade, gli sfoghi, le lamentele, le brontolate. Tempi che, quando entravi nei negozi ti sentivi ancora rivolgere un bel cerèa monssù.
E quando l’artajor, avendo ecceduto di trenta grammi i due etti che tu avevi richiesto per il tuo giambon cheuit, ti diceva: lasso, foma bon pèis? (per i non addetti ai lavori: lascio, facciamo buon peso?) tu, normalmente, accoglievi la richiesta con un cenno di assenso ed un sorriso. Non è che fossero bei tempi in assoluto. È bello solo per me ricordarli, ora che non ci sono più. Il signor Memo Remigi (il nome vi dice qualcosa?) è salito ultimamente alla ribalta per aver palpato il deretano ad una giovane valletta durante una trasmissione televisiva: gesto di tutto rispetto e grande coraggio, dato che il «manomortista» è un arzillo ultraottantacinquenne. Ma al di là delle sue attuali censurabili performance, una volta aveva raggiunto una certa notorietà non, come recentemente è successo, per l’uso improprio degli arti superiori, bensì per le sue qualità di cantautore.
Qualcuno si ricorda ancora questi suoi versi: Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano… Riporto questo omaggio al venerabile, con un testo però leggermente cambiato, per adattarlo ad una situazione spazio-temporale differente, e che adesso suona così: Sapessi che casino parlare piemontese a Torino… O, meglio ancora, tenendo conto della mia odierna residenza: Sapessi quale impegno parlare piemontese a Collegno… A rileggere lo script mi sto però rendendo conto che mi sono lasciato prendere la mano da una specie di piagnisteo retrospettivo; ho iniziato a scribacchiare del canton dij barboton e in quello stesso angolo ci sto finendo dentro anch’io a capofitto. Perciò, prima che qualcuno si sfranga definitivamente i gioielli di famiglia (o, detto con fine francesismo, as rompa le bale) per il mio lugubre borborigmo (questa non ve l’aspettavate, nééé!?), saluto la platea, mi ritiro in buon ordine e vado a barboté da n’autra part.
Il racconto è tratto da “As peul nen: detti non più detti che fanno scuotere la testa”, edizioni “Priuli & Verlucca”










