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I contributi? Dall’agricoltura alla ricerca

L’Ue sostiene l’agricoltura con lauta elargizione di denaro pubblico. Ne gode anche il settore vinicolo italiano. Del vino si celebrano i successi per la propensione all’export, la funzione di traino dell’agroalimentare e l’immagine di prestigio che dona al nostro Paese. Oltre un centinaio di milioni di euro all’anno di contributi provenienti dalla Comunità Europea vengono destinati ad azioni di promozione del vino italiano sui mercati extra-europei. È stato possibile beneficiarne per 12 anni. Almeno agli inizi, il contributo pubblico è servito per spronare le cantine che seppero beneficiarne ad avviare sui mercati esteri azioni di marketing più coraggiose.

Attualmente ne beneficiano cantine che hanno nel frattempo acquisito consapevolezza di quanto sia indispensabile operare sui mercati esteri per realizzare obiettivi di crescita e mettere in sicurezza i fatturati aziendali. La larga maggioranza delle cantine beneficiarie, avrebbero possibilità ormai di attingere a mezzi propri, rinunciando almeno in parte al sostegno pubblico. Si tratta allora di vedere come potrebbe essere investita parte del finanziamento, distraendola dalla ripetitiva azione di stimolo all’export a beneficio di tutti gli operatori. Proporrei di destinarla alla ricerca. Giusto per fare un esempio, orientandola alla produzione di portainnesti e varietà capaci di fronteggiare gli stress climatici, atte a produrre vini che possano essere coltivate con zero impiego di fitofarmaci, sistemi di lotta biologica, metodi di contrasto all’accumulo di zucchero nell’uva.

In presenza delle problematiche causate dal cambiamento climatico la ricerca costituisce la risorsa alla quale attingere per ottenere soluzioni di contrasto praticabili e compatibili. I risultati che sarà in grado di fornire dovranno essere disponibili per tutti, alle stesse condizioni. Ai produttori, che non intenderanno attingervi, resteranno maggiori possibilità di differenziazione dei propri vini.

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Redazione Corriere

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