Giovani con la valigia in mano

Partono per studiare o per lavorare all’estero lasciandosi alle spalle le famiglie d’origine, e non si sa se e quando torneranno. Se ne vanno perché sentono la necessità di aprirsi al mondo e di cercare nuove opportunità, soprattutto quelle che ritengono che l’Italia non offra. Quella italiana è un nuovo tipo di emigrazione, dove i giovani non partono più con “la valigia di cartone”, ma con un laptop e una laurea: i nostri expat hanno un alto grado di istruzione e dopo essersi formati qui mettono a frutto la loro cultura ed esperienza all’estero. Siamo davanti alla singolare e inedita commistione tra guadagno e perdita: da una parte orizzonti più larghi, desiderio di maggiori opportunità e mentalità più aperta, dall’altra parte la sensazione di vivere in un Paese che non mette a tema a sufficienza la vita e il lavoro di giovani. Un Paese “con il freno a mano tirato”. L’emigrazione delle donne italiane in passato era di tipo familiare, questa è invece l’emigrazione dell’autonomia, l’emigrazione dell’emancipazione compiuta. Sono giovani donne, sono le nostre figlie, che vanno all’estero da sole, non al seguito di nessuno, con un loro progetto. Che sia di studio o di lavoro, è comunque un progetto di vita. C’è stato un passaggio di consegne da parte delle madri. Noi donne della generazione cresciuta negli anni ottanta abbiamo passato alle nostre figlie il messaggio “Io sono arrivata fin qui, prova tu ad andare più in là e ad andare in contesti in cui le carte tra uomini e donne sono meno dispari che in passato, in posti in cui la meritocrazia è più trasparente”. C’è un sentimento di amarezza: da un lato sentiamo di aver passato ai nostri figli la possibilità di andare, che è un grandissimo regalo, un lascito di fiducia ed energia; dall’altra parte, di fronte alla perdita che il nostro Paese subisce, c’è una grande responsabilità nella nostra generazione di non aver creato le condizioni per cui i nostri giovani potessero scegliere più liberamente di restare.

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