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    Etimologica-mente – Maggio: il linguaggio del lavoro

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    Nella sua lezione per la festa del 1° maggio Alessandro Barbero ha ricordato che quella del lavoro è una lunga storia di schiavitù e povertà. Labor in latino vuol dire fatica, quella degli schiavi o anche dei piccoli contadini liberi, destinati alla rovina per la concorrenza del latifondo. Opus, il prodotto del lavoro, e opera, l’attività produttiva, derivano da una radice op, che significa ricchezza (op- timus è il superlativo di buono, ma anche di bene). Operaio inteso come lavoratore salariato compare già in Dante. In greco antico érgon si usa indistintamente per il prodotto o per l’attività.

    Ma ergàsterion è il lavoro forzato nonché il luogo dove venivano condannati gli schiavi addetti alle macine o all’estrazione di pietre. Il latino ergastulum ha lo stesso senso. Oggi sta a indicare il carcere a vita. Érgon muove dalla medesima radice del tedesco Werk e dell’inglese work (la u semiconsonantica o digamma in posizione iniziale cade), ma, mentre work serve per denominare tanto l’attività quanto il risultato, il tedesco per il lavoro usa il femminile Arbeit, imparentato con il russo rabota (da una radice indoeuropea orbh che in latino dà orbus e in greco orphanòs, orfano, servo). Scorrono lungo le rive del mar Baltico altre storie di schiavitù, non già per il tragico “Arbeit macht frei” che campeggiava ottant’anni fa sui cancelli dei lager nazisti, bensì perché l’Ordine Teutonico nel XIII secolo, con il pretesto di convertire i pagani, asservì polacchi, lituani e russi.

    La parola schiavo (Sklave) non è altro che una germanizzazione dell’etnico slavo. I romani usavano servus, i greci doulos. Douleía definiva la schiavitù, nel greco moderno suona dulía, mentre dulià è il lavoro. Anche il francese non scherza: travail deriva da tripalium, tortura dei tre pali. In italiano il vocabolo equivalente, ma di tutt’altro significato, è travaglio. Sindacati, termine che si riscontra in tutte le lingue neolatine, è di origine greca (syn-díke), “promotori di giustizia collettiva”.

    Il tedesco Ge-werkschaft non è molto diverso: il prefisso ge è la rotazione consonantica di cum, mentre il russo so ne rappresenta l’addolcimento o palatalizzazione. Sindacato in russo si dice profsoyuz, unione professionale, proprio come l’inglese Trade Union, associazione di mestiere, corporazione. Solo che la Russia è la patria della rivoluzione d’ottobre e l’Inghilterra quella del riformismo laburista. In compenso nella Gran Bretagna per scioperare si usa to strike (tedesco streichen), colpire, battere (radice comune al nostro stringere), che rimanda decisamente a un concetto di lotta di classe. In greco sospendere il lavoro si dice apergía, composto dalla preposizione apò, via da, come il nostro sciopero (ex-opera). Il francese grève rimanda a Place de Grève, l’attuale piazza dell’Hôtel-de-Ville vicina agli ottocenteschi mercati generali delle Halles (“il ventre di Parigi”), dove gli scaricatori delle verdure, della frutta e dei quarti di carne erano ogni giornata selezionati in base alla robustezza e all’accettazione di salari al ribasso. Inutile dire che bloccare le Halles voleva dire paralizzare la capitale.

    Lo spagnolo huelga deriva da holgar, latino follicare, soffiare come un mantice (follis), ansimare, per la canicola che a Madrid è davvero tremenda. Quindi per etimologia si abbina al francese chômage, disoccupazione, che deriva da kàuma, calura estiva. Infine due vocaboli di grande attualità. 1) Il drammaturgo cèco Karel Čapek, per designare l’operaio artificiale sulla base della parola robota (corvée, lavoro faticoso) a Praga coniò il termine robot nel 1921, un secolo prima dei dibattiti sull’intelligenza artificiale. 2) Nel XVIII secolo per indicare il lavoro in Inghilterra a work si affiancò job. Deriva dal biblico Giobbe, povero e paziente. Chissà se chi lo varò (Matteo Renzi) ne conosceva l’origine. Certamente coloro che stanno firmando per i referendum abrogativi della Cgil hanno deciso di non essere più pazienti, anche perché il lavoro di molti da allora si è fatto più povero e precario.

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