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    Etimologica-mente: Le elezioni e… il lessico elettorale

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    Ci avviciniamo al deposito delle liste per le elezioni di giugno. Riflettiamo allora sulle parole della nostra terminologia politico-giuridica che è tutta latina. Eleggere deriva da é-ligo, scelgo fra più nomi, -ligo è, senza accento, la riduzione di lego, legere, da non confondere con ligo, ligare, che significa inequivocabilmente unire, legare. Il voto nella Roma repubblicana non era per nulla segreto: nei comizi centuriati si sceglievano i questori (carica amministrativa, non poliziesca), gli edíli curuli (curatori delle strade, degli edifici pubblici, delle feste e dei giochi), i pretori e i due consoli (originariamente comandanti militari), nei comizi tributi, cioè organizzati per tribù, i tribuni della plebe, gli edili plebei “andando a piedi” attraverso dei ponticelli (il Campo marzio, luogo delle assemblee, era attraversato da ruscelli) in recinti assegnati a ogni centuria. Le votazioni si chiamavano comitia, da eo, ire cum, andare in gruppo.

    Inutile dire che durante quella camminata si poteva incontrare qualche sguardo minaccioso, ricevere qualche spintone e finire in acqua. Tra qualche settimana comparirà sui tabelloni delle affissioni la “Convocazione dei comizi elettorali”. Il conservatorismo del linguaggio giuridico, congiunto fin dai tempi di Numa a quello religioso, ha mantenuto una formula che allude a un modo di votare che non ha più nulla che fare con il nostro, individuale, segreto e non contemporaneo.

    I comizi a Roma si chiamavano contiones, da cum- venire, discorsi davanti a uomini appositamente convenuti. L’italiano concione ha valore spregiativo, indica un discorsaccio demagogico. Il candidato si chiamava così, perché l’aspirante console o pretore per tutto il periodo della campagna girava “in toga candida”, cioè vestito di bianco, una autocertificazione di illibatezza e di moralità di cui si sentiva il bisogno. Nelle lingue neolatine le parole per elezione e candidato sono molto simili, cambiano quelle che designano i comizi, in spagnolo reuniónes (ri-unire, ri-unirsi), in portoghese corridas, cioè corse non di tori, ma di candidati. Il francese ha se rallier, radunarsi, il rumeno miting, adattamento dell’inglese meeting, dal verbo to meet, incontrare. L’inglese invece ricorre a election, candidate, rally: quest’ultimo termine è neolatino, rifacendosi al francese re-allier. Il tedesco usa per elezione Wahl (scegliere dalla radice wel, wol, volere), per comizio Wahlkundgebung (geben, avere, rendere kund, cioè noto, g-notus). Kandidat per gli aspiranti alla carica è invece una conferma, come succede per tutte le lingue slave, tranne il russo che prende in prestito l’anglismo miting.

    I greci antichi avevano sistemi di voto completamente diversi: assegnavano alcune cariche (arconti, buleuti) con il sorteggio o klèros, altre, più tecniche come quelle militari, con il voto segreto mediante tessere (psefoforía) o per alzata di mano (kheirotonía). Non esisteva il concetto di candidato, ma solo quello di eleggibile (upópsefos). I sorteggiati erano sottoposti a dokimasía, un esame di possesso dei requisiti di cittadinanza e di moralità. Gli eletti erano chiamati a rendere conto della gestione alla scadenza della carica. Pericle fu stratega per 15 anni di seguito e morì di peste (o tifo) prima del rendiconto. La campagna elettorale è un’invenzione romana: si chiamava ambitus, da amb-io, ambire, andare di qua di là a chiedere il voto. Significa anche ambizione, broglio, corruzione elettorale. Il voto di scambio ha una lunga storia.

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