Digito ergo sum

Certo che la coerenza ormai è merce rara. Ricorderete benissimo il dolore di chi, alle prese con le frescure di maggio, rimpiangeva la mancanza dei classici bollori di stagione. Gli stessi, asciugate le lacrime da un paio di giorni di sole, hanno immediatamente preso a lagnarsi per il caldo intollerabile e messo a manetta ogni sorta di congegno in grado di abbassare la temperatura. Allo stesso modo vorrei sollevare dubbi assai corposi sulle grida di dolore di tutti coloro che piangono nel nome della crisi, che parlano di cinghie (di Prada, Dolce e Gabbana) tirate per sostenere pantaloni in caduta libera, di mesi con sei settimane. Ed anche di tutti quelli che, appena possibile, pontificano sui valori perduti e quelli che si perderanno. Credetemi: non è vero per niente. Non siamo mai andati tanto bene. “Belin che Pianeta” – direbbe un marziano con parenti genovesi – se fosse atterrato, con la solita astronave che ogni tanto cito in questo spazio, nei pressi delle file di persone che hanno bivaccato davanti ai negozi pur di assicurarsi un nuovo modello di telefono. Interrogati sul motivo che ha spinto tante persone a mettersi in fila – cosa davvero insolita in Italia – molti hanno spiegato il gesto assicurando che il desiderio corrisponde ad uno stile di vita. Formidabile: se qualcuno mi dicesse che un tostapane corrisponde a una scelta esistenziale o che un ferro da stiro potrebbe espandere la mia coscienza, chiamerei la neurodeliri per assicurare al malcapitato una doverosa assistenza. Eppure un telefono, per quanto complicato, resta uno scocciofono: un oggetto per farsi rompere le palpebre e per romperle agli altri. Niente male come stile di vita, come Golem di una coscienza collettiva ormai così sottile da aver perso ogni consistenza individuale. E così tutti in fila – in una bella notte d’estate che di ben altre tentazioni potrebbe essere complice – per comprare e pagare caro e salato un oggetto banale come un telefono. Col quale dire, mentendo, che così non si può andare avanti.

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