BRACultura e Spettacoli

Dal 14 maggio mostra d’arte contemporanea di Francesca Germanetti a Bra

Coadiuvata da Fabio Santacroce, spronata da Luca Segalini, la prima mostra personale di Francesca Germanetti a.k.a. SCALFINO riflette sui diktat e sulle negoziazioni relazionali, portando in scena una caustica installazione audio-visiva allestita direttamente nella dimora dell’artista: studio/rifugio e squisita struttura alberghiera nel cuore del Roero, più precisamente in quella America dei Boschi così fonicamente esotica e fuori luogo.

Decisiva e preponderante dunque è la cornice paesaggistica che ne fa, simultaneamente, da sfondo e da incubatore/catalizzatore di visioni, drama e meta-narrazioni: un plein air estatico esperito come anticamera di un pensiero debole.

Per l’occasione (scandita da due opening mattutini), Germanetti attinge al suo fervido repertorio pittorico e dispiega sulle pareti del capanno una serie di arazzi tridimensionali “post-punk”, ultimissimo approdo di una prolifica e graffiante textile art design, carburata a partire dal 1996 a Bologna sotto lo pseudonimo SCALFINO e declinata negli anni in produzione di borse, gadget e fashion brand.

In FRANCAMENTE l’artista roerina ne rendiconta l’intensa esperienza e rovescia quel protocollo di orpello, rifinitura e ergonomia adottato sinora, a favore di un’espressione e di una fattura viscerale, gestuale e sudicia con cui legittimare visioni più intimiste e distopiche.

Una nuova pelle, formalizzazione nuda e cruda d’inquietudini e prepotenze, con echi di Art Brut, Neo-espressionismo, Street e Pop Art.

Patchwork gommati, glitterati e sfacciatamente logori costituiscono il nuovo impianto scenico di quell’immaginario acid tanto caro all’artista, affollato da embrioni, rapaci, capitelli, cavallucci marini, topini, flore psichedeliche e nature morte. Immagini sbiadite s’innestano con suture, perline, strass, paillettes, tulle, merletti e altre cineserie, rincarando la dose di cheapness, di figurazione/astrazione.

 

Gaslighting visivo cadenzato da flaccide anfore tessili appese a parete su cui l’impulso decorativo si fa ancora più lezioso e stucchevole, in un frenetico cortocircuito tra dionisiaco e apollineo, precarietà e resilienza, biografico e fictional, disforico e iper-vigile.

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