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Cultura d’impresa, ma cos’è? Il passaggio di Alba e Bra dalla miseria del dopoguerra alla ricchezza di oggi

La ricchezza alimenta la cultura o è la cultura a favorire l’impresa?

Nel mio curriculum di cittadino… della provincia c’è anche un pezzo albese, quattro anni di insegnamento al liceo Govone, cinque da capogruppo nel Comitato comprensoriale Alba-Bra, ecc. Conosco la ricchezza imprenditoriale della città, culla di una delle poche grandi multinazionali italiane, la consistenza del PIL, l’eccellenza dell’intero circondario nel campo della produzione agro-alimentare. Quando poi sono stato assessore alla cultura nella “gemella” città di Bra, ho provato invidia per il collega albese, che poteva contare su un bilancio generosissimo, a cui si aggiungeva, sull’unghia, qualche milione di euro investito ogni anno in cicli di conferenze e in una grande mostra d’arte dalla Fondazione Ferrero. Né si trattava dell’unico sodalizio culturale attivo. Ancor oggi promuovono vivaci sequenze di iniziative circoli come Radici, Fondazione Ugo Cerrato, Associazione San Giuseppe, la Famija Albeisa…

Sorge spontanea una prima domanda: la ricchezza alimenta la cultura o è la cultura che favorisce o addirittura suscita imprenditorialità? Nell’immediato secondo dopoguerra in Alba erano diffuse la miseria e la disoccupazione, la Piaggio, la Ravedati, le fabbriche arrivate per sfollamento durante i bombardamenti erano rifluite alle sedi di origine. Saltato il ponte sul Tanaro, la città era isolata. Solo la “fabbrica del cioccolato” metteva a disposizione qualche decina di posti, che andavano a ruba a colpi di raccomandazioni parrocchiali. Molti giovani ex partigiani, quale il protagonista della fenogliana “Paga del sabato” e come ci raccontano le cronache giudiziarie, vivevano di espedienti, ai margini della legalità. Eppure il dibattito culturale non languiva: lo animavano libri freschi di stampa, Fenoglio stesso, il prof. Pietro Chiodi, don Natale Bussi, Pinot Gallizio. Dunque storicamente la cultura tout court precede la cultura d’impresa, persino anche l’impresa. Da questa consapevolezza credo sia nato negli anni ’80 il mecenatismo della seconda generazione Ferrero, insieme con un riconoscimento ampio del ruolo dei sindacati, non più rifiutati come avveniva fino all’inizio degli anni ’60 (pensiamo all’allontanamento da Alba di un organizzatore scomodo come Cesare Delpiano). Un’analoga evoluzione “olivettiana” non è dato riscontrare nel gruppo tessile Miroglio, che ha privilegiato le soluzioni commerciali e la delocalizzazione produttiva.Per alcuni imprenditori cultura d’impresa e perseguimento del profitto si sovrappongono. Del resto non esiste una definizione univoca di tale categoria interpretativa: in certi casi la cultura d’impresa si riduce alla comunicazione che un’azienda o un gruppo riesce a dare della propria produzione e dei risultati conseguiti, altrove, come sta nelle corde dell’attuale presidente di Confindustria Bonomi, è una lamentazione ininterrotta contro i lacci e i lacciuoli che lo Stato tende(rebbe) agli imprenditori o contro l’incomprensione dell’opinione pubblica verso le esigenze delle aziende. Bonomi si dimentica facilmente di condannare deformazioni e degenerazioni della corsa al profitto, non così infrequenti, se pensiamo a quanto di recente accaduto a Prato e alla seggiovia del Mottarone, al caporalato che inquina edilizia, agricoltura e logistica. Ma senza liberarsi delle reticenze e senza abbandonare il vittimismo non si può rivendicare un’egemonia nel paese (etimologicamente guida, leadership) e assurgere al ruolo di classe generale, cioè di un gruppo sociale capace di perseguire non solo i propri interessi, ma anche di saper cogliere le ragioni degli altri ceti, compresi quelli con cui si è in potenziale conflitto.

Una simile funzione nazionale ha saputo svolgere la classe operaia durante la Resistenza e nei decenni che vanno dal Piano per il lavoro di Giuseppe Di Vittorio alle riforme strutturali degli anni ’70-’80 (una per tutte, di grande attualità, l’istituzione del servizio sanitario universale). Oggi il movimento operaio, indebolito e frammentato da nuove forme e rapporti di lavoro, privo di una rappresentanza politica (resta, non ovunque, quella sindacale, indispensabile, non sufficiente) non riesce più a esercitare un ruolo all’altezza della sua storia. Si tenta però a intravedere un soggetto in grado di raccogliere il bastone della staffetta. Più equilibrate rispetto alle posizioni di Viale dell’Astronomia appaiono quelle del­l’Unione industriale della provincia di Cuneo. Sono state lasciate cadere le tirate contro gli studi umanistici di qualche ex presidente (che non a caso quest’estate, sbarcato a Torino, si è mosso fra via Roma e piazza Carlo Felice con scarsa consapevolezza della storia e dell’architettura dei luoghi), ci si è aperti alle ragioni del territorio e dell’ambiente (ad esempio. con Circonomia), delle amministrazioni pubbliche e dei lavoratori.

E’ infatti impensabile che una manodopera malamente retribuita e sottoposta ad una quotidiana precarietà possa e voglia dare un contributo all’innovazione e alla soluzione dei problemi produttivi. In altri termini la “cultura d’impresa” deve abbracciare un campo largo e inclusivo. Pur sviluppando aspetti tecnologici ed economico-finanziari, non può allontanarsi troppo da quello che è il concetto di cultura in generale. Per dirla con Gaetano Salvemini, deve partire anch’essa dalla “somma di tutte quelle cognizioni che si debbono possedere se si vuole essere degli esseri umani e non delle macchine specializzate”. La cultura, diversa dalle singole “culture” intese in senso antropologico o specialistico, corrisponde alla capacità di partecipare a un numero indefinito di “culture”, senza farsi imprigionare in nessuna di esse. “E’ infatti la cultura – scrive Maurizio Bettini – la facoltà che ci consente di maneggiare criticamente la realtà che ci circonda, che ci permette di demistificare i luoghi comuni, di stare alla larga dagli stereotipi, di cambiare idea quando è necessario, di sbagliare accorgendoci di averlo fatto”.

Non è quindi fuori luogo spezzare una lancia per una delle dimensioni fondamentali lungo la quale cresce la cultura: la memoria. Quanti archivi storici o fotografici, quanta vita vissuta di operai e di imprenditori è andata persa, quando le filande, i cotonifici e le concerie hanno chiuso le serrande, quando le cartiere, le tipografie e tanti altri opifici hanno cambiato proprietà o ragione sociale e nessuno ha provveduto a mettere in salvo il loro patrimonio di documenti, quando edifici esemplari per l’archeologia industriale sono stati demoliti per fare posto ad anonimi palazzoni e i macchinari venduti come ferraglia, senza che nascesse un museo della carta o della concia?

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