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    Cia Cuneo: “Bovini di Razza Piemontese, c’è il rischio di perdere un’eccellenza del territorio”

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    Gli allevamenti dei bovini di Razza Piemontese in Italia sono poco più di 4.000, concentrati per il 60% nella provincia di Cuneo e i rimanenti soprattutto in quelle di Torino, Biella, Asti e Alessandria. Nel nostro Paese si arriva a un totale di oltre 280.000 capi allevati. Nel febbraio 2024 il costo medio di produzione alla stalla dell’animale vivo era di 4,5/4,7 euro al chilogrammo contro un prezzo massimo di vendita sui 4/4,15 euro al chilogrammo. Come è adesso la situazione? Lo abbiamo chiesto a Silvio Chionetti, vicedirettore e responsabile dell’area tecnica provinciale di Cia Cuneo. Afferma: “Le spese per l’allevamento degli animali sono scese a 4,4/4,5 euro al chilogrammo, perché è diminuito il prezzo di alcune materie prime. Però, i costi energetici hanno sempre dei livelli molto alti”.

    Quali rischi corre il comparto in prospettiva futura? “Nelle zone di produzione durante l’ultimo anno c’è stato il calo di un migliaio di fattrici. Gli allevatori di “Piemontese” ci mettono impegno e passione nel loro lavoro, tuttavia se continuano a lavorare in perdita prima riducono i capi e poi sono costretti a chiudere le stalle. Restiamo fìduciosi, ma c’è il rischio di perdere un’eccellenza del territorio”.

    Inoltre? “Essendo la razza allevata in modo sostenibile dal punto di vista ambientale, con un numero sempre minore di allevamenti viene meno anche la biodiversità del territorio. Pensiamo, ad esempio, all’importanza degli alpeggi estivi che mantengono in “buona salute” le zone montane”.

    Cosa servirebbe? “La “Piemontese” è un fiore all’occhiello della nostra agricoltura, ma non è valorizzata e promossa come meriterebbe da chi dovrebbe occuparsi di farlo. Quindi, è poco conosciuta al di fuori delle aree dove viene prodotta. Un aspetto sul quale bisognerebbe lavorare molto di più affinché si possano raggiungere nuovi mercati, almeno nazionali”.

    Ma non solo. “La non adeguata promozione si collega a una non adeguata sensibilizzazione del consumatore sulle eccellenti caratteristiche organolettiche della “Piemontese”. E allora si scelgono carni di altre razze magari per pochi centesimi di differenza. Inoltre, occorrerebbe sviluppare una strategia sul come presentarla e cucinarla. Trovarla confezionata nelle vaschette è diverso dal farsela tagliare al momento. A questo si aggiunge la vita frenetica dei tempi attuali che ci fa consumare spesso cibi pronti, facendoci dimenticare i tagli pregiati offerti dalla “Piemontese”. Come quelli per il bollito e il brasato. Certo bisogna dedicare maggiore tempo a cucinarli, ma quei piatti hanno un sapore unico e impagabile”.

    In conclusione? “Siamo di fronte a un paradosso, perché l’Italia importa il 50% del fabbisogno di carne e abbiamo una razza bovina da considerare un’eccellenza dal punto di vista della qualità non remunerata il giusto. Con gravi implicazioni per le aziende coinvolte, costrette a non poter più fare nuovi investimenti o addirittura a chiudere. Una prospettiva preoccupante che avrebbe anche un risvolto economico negativo a livello locale, con l’abbandono di terre marginali che sarebbero abbandonate dagli agricoltori”.

     

     

     

    Redazione Corriere
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