Cento giorni alle elezioni…

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Mi faccio coraggio, mancano cento giorni alle elezioni e tra poco tutti i candidati diventeranno più buoni, mi saluteranno per strada, mi stringeranno la mano, mi faranno tante promesse, mi riempiranno la buca delle lettere e il tergicristallo di santini. Francamente non ne sentivo la mancanza. Ormai da qualche tempo mi sono convinto dell’inutilità dell’esercizio della democrazia.

 

Lo penso perché molto spesso il mio voto, consegnato ad una forza politica che apparentemente è affine al mio pensiero, viene travisato e tradito. La destra che fa la sinistra o viceversa ed alla fine le mie speranze che qualcosa possa cambiare vanno deluse. Cosa conta il voto popolare? Poco o nulla. O meglio serve alla forza politica del momento a cavalcare la delusione, il dissenso, il populismo. La gente, esattamente come avviene al bancone di un bar, ascolta le sparate dei comizi e si sente raccontare ciò che vorrebbe sentire. Alla fine si convince della bontà di quel candidato e lo vota. Non c’è più un quel senso critico, che faccia capire come certe promesse siano impossibili da mantenere. Certo sarebbe bello vivere in un mondo senza tasse, con pensioni d’oro, con strade perfette, con stipendi adeguati e una sanità che ti curi. Chi non voterebbe qualcuno in grado di realizzare questo miracolo?

Eppure queste promesse arrivano regolarmente ed i miracoli, ahimè, non si possono fare. La coperta è corta, i soldi non ci sono e quindi si tratta di fare i matrimoni con i fichi secchi. Fino a qualche anno fa (forse era la prima Repubblica, ma vado a memoria), non c’era un travaso simile di voti. Non succedeva di vedere un partito passare dal 2% al 40%, per ritornare nuovamente al 2% nel giro di pochi anni, con il rischio di mettere nei posti di potere gente che non ha idea di cosa voglia dire governare. Oggi, purtroppo, è così e ci ritroviamo ad eleggere persone, magari volenterose, ma inadeguate. Forse ci vorrebbe una sorta di valvola di compensazione, in grado di mitigare l’ondata emotiva, restituendo un po’ di credibilità al mondo politico. Ci vorrebbe una giuria di qualità come a Sanremo, in grado di ribaltare tutto. Ma questa si chiamerebbe dittatura e non democrazia.

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