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“Castanicoltura: stagione buona, ma servono bandi del Psr per recuperare le piante abbandonate”

Una stima del Centro Regionale di Castanicoltura dice che, in Piemonte, i terreni montani e collinari gestiti e coltivati a castagneti da frutto raggiungano i 4.000 ettari. Di questi, il 50% si concentra in provincia di Cuneo: nelle vallate del Cebano, Monregalese, Cuneese e Saluzzese. Quindi, una presenza agricola importante per il territorio dal punto di vista produttivo-economico e a livello di mantenimento del territorio.

Come sta andando la stagione produttiva 2022? Lo abbiamo chiesto ai due vicepresidenti provinciali della Cia Cuneo, Marco Bozzolo e Marco Bellone, che di mestiere sono castanicoltori. Bozzolo, 32 anni, gestisce, dal 2016, 15 ettari di castagneti tra i 700 e i 1.000 metri di quota in Valle Mongia, frazione Castello nel Comune di Viola. All’occupazione principale dedicata alle castagne aggiunge quella dei laboratori didattici per far conoscere il percorso produttivo del frutto e la sua trasformazione, ma anche l’incantevole patrimonio paesaggistico montano. Bellone, 58 anni, ha l’azienda agricola con sede a Boves, ma il lavoro è costituito quasi totalmente dalla coltivazione dei castagni distribuiti in 9 ettari di terreno sulla collina della frazione Fontanelle. In media, a 650 metri di quota. Inoltre, si occupa degli interventi di potatura delle piante sui suoi impianti e su quelli di altre aziende. Operazioni quanto mai utili per migliorare la produzione e salvaguardare il territorio collinare e montano. Bozzolo e Bellone producono castagne tipiche delle valli della “Granda” in modo interamente biologico.

 

Il 2022 della castanicoltura di collina e di montagna

La raccolta delle castagne parte nei primi giorni di ottobre. Manca ancora un mese, ma si può già prospettare una previsione sulla stagione produttiva 2022. Dice Bellone: “Le piante sono cariche di ricci e l’annata si presenta buona dal punto di vita quantitativo. Anche la qualità non dovrebbe mancare. Per avere una buona pezzatura del frutto servirebbero delle piogge nei prossimi giorni che aiuterebbero le piante a dare linfa vitale ai ricci e, di conseguenza, alle castagne che racchiudono”.

Sottolinea Bozzolo: “Il bilancio bisogna farlo a fine raccolta, ma ritengo potrà essere una stagione soddisfacente. A giugno, periodo della fioritura, non ha piovuto e, quindi, non avremo dei problemi di marciume del frutto in fase di raccolta. Da luglio in poi, quando invece l’acqua serve, in montagna ci sono stati degli sporadici temporali che hanno aiutato le piante nella spinta produttiva”.

 

In Piemonte ci sono 200 mila ettari di boschi abbandonati

Sempre secondo le stime del Centro Regionale di Castanicoltura nelle aree collinari e montane del Piemonte i boschi abbandonati, con un buon numero di castagneti, arrivano a 200 mila ettari. Spiegano Bozzolo e Bellone: “Un territorio immenso, con migliaia di castagni e tonnellate di possibili castagne da raccogliere, che nessuno accudisce e che, con la modernizzazione, è stato dimenticato. Nel periodo attuale, in cui le persone dovranno affrontare sempre di più i problemi legati al quotidiano, si tratta di uno spreco enorme che non possiamo permetterci. Dovremmo imparare gli insegnamenti dei nostri nonni i quali consideravano il castagno una fonte a 360 gradi di sostentamento e di sostenibilità ambientale. Infatti, fornisce il frutto da mangiare e il legno da riscaldare e per costruire oggetti utili nella vita di tutti i giorni. Inoltre, non ha bisogno di fertilizzanti, di prodotti chimici nella coltivazione e di acqua per irrigare”.

Ma non solo. “Il recupero di quelle zone abbandonate andrebbe a vantaggio dell’intera collettività, perché se in collina e in montagna il territorio è curato si evitano anche i fenomeni devastanti di dissesto idrogeologico in pianura”.  

 

Cosa si dovrebbe fare?

Bozzolo e Bellone: “Come Cia stiamo chiedendo con forza alla Regione di prevedere dei bandi inseriti nelle misure del Programma di Sviluppo Rurale (Psr) per il recupero e la conservazione dei castagneti tradizionali, attraverso interventi regolari di potatura e di manutenzione. Perché se non si dà un incentivo, i proprietari dei terreni, che non si occupano di castanicoltura per mestiere, continuano a lasciare i boschi in totale abbandono. Motivo? Le operazioni di risanamento sono costose, trattandosi di piante alte 25-30 metri”.

Aggiunge Bellone: “I castagni possono diventare pericolosi per chi passeggia nei boschi in quanto le piante che, nel vederle dall’esterno, appaiono completamente sane, a volte hanno radici marce e cadono improvvisamente. Con tutti i rischi del caso. E’ accaduto a me nei giorni passati”.

 

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