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Carlo Petrini, su Cop26: «Guardiamo ai giovani, sono anima e corpo dentro la transizione ecologica».

«Voi morirete di vecchiaia, noi di cambiamento climatico». Queste le parole scritte sul cartello di un giovane presente a una delle manifestazioni svoltesi per le strade di Glasgow durante la Cop26. Parole che risuonano tonanti leggendo le bozze di accordo sui negoziati che si susseguono. Sembra che gli impegni rappresentino il minimo indispensabile per limitare l’aumento della temperatura a 1.5 gradi. Non una disfatta, ma se ci si discosta dall’obiettivo, c’è il rischio concreto di andare incontro a un mondo molto ostile. I governi dovranno dunque fare fede a quanto scritto e iniziare a praticare il cambiamento. E nel fare ciò devono guardare ai giovani come loro esempio.

Cop26: nota di merito ai giovani, uniti per la giustizia climatica

Sì perché i giovani a mio modo di vedere sono la grande nota di merito della Cop26. A Glasgow hanno rivendicato all’unisono la “giustizia climatica”; due parole che esprimono un concetto chiaro e potente. Nel mondo interconnesso in cui ci troviamo a vivere, l’emergenza climatica è infatti la parte più visibile e drammatica di una profonda crisi sistemica. I governanti tutto questo stentano ancora a capirlo.

Dentro le sale dei negoziati, troppe sono le rimostranze nei confronti della richiesta da parte dei più poveri di un risarcimento per i danni subiti a causa di una crisi climatica che li vede vittime, ma non fautori.

Così come è vergognoso che si discuta ancora sul tema del fondo di 100 miliardi di dollari all’anno per i Paesi vulnerabili al clima. Promessa fatta la prima volta nel 2010; e che forse troverà concretezza solo nel 2023. Nell’ottobre di quest’anno tra l’altro, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto di ogni essere umano a vivere in un ambiente sano. Ecco perché parlare di clima significa parlare di giustizia.

Ecco perché non possiamo rallentare il cambiamento climatico senza azioni drastiche per contrastare le disuguaglianze, e senza cambiare un modello basato sull’accumulo di profitti e sulla convinzione dell’infinitezza delle risorse.

Ma le nuove generazioni non sono un modello da seguire solo per la loro capacità di scegliere le parole. Anche i loro comportamenti sono virtuosi. I capi di stato dei vari Paesi sono arrivati ai negoziati quasi esclusivamente con jet privati. Nulla da ridire se non si parlasse di crisi climatica, e se il trasporto aereo, se paragonato a un paese, non fosse il decimo emettitore di emissioni al mondo. Per quanto possibile i giovani hanno invece scelto la mobilità sostenibile, spesso confrontandosi con l’irrazionalità di un viaggio in treno il cui costo, per la tratta Torino – Glasgow ad esempio, è fino a cinque volte superiore a un volo aereo.

Terra Madre Giovani
I giovani della Slow Food Youth Network © Marco Del Comune

I giovani sono già anima e corpo dentro la transizione ecologica.

Sono poi i giovani indigeni contadini, e non – in ogni caso nativi digitali – a opporsi nel momento in cui le criticità legate a uso del suolo e agricoltura pensano di risolversi solo con tecnologie futuristiche. E rimanendo invece miopi di fronte alla perdita di biodiversità, al degrado degli ecosistemi e alle soluzioni rigenerative che la natura può offrire in tal senso. Insomma: i giovani sono già anima e corpo dentro la transizione ecologica.

Io appartengo alla generazione dei sessantottini. Allora i giovani portavano avanti istanze ideologiche, alla ricerca di uno scontro e un punto di rottura con chi ci aveva preceduto. Oggi invece cercano il dialogo, la loro è una protesta costruttiva che grida alla necessità di cooperare a livello globale per salvare la specie umana dall’estinzione. Ascoltiamoli. Dimostriamo che hanno torto quando dicono che non credono più a questi accordi fasulli. Convertiamo in azioni la promessa dell’1.5 gradi.

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