LettereRUBRICHE

BRA –  Il 1° maggio e le concerie: la lezione della storia

La data del 1° maggio 1890 come giorno di astensione dal lavoro fu lanciata unitariamente dall’American Federation of Labor e dalla II Internazionale socialista. Suoi obiettivi erano la conquista di un orario giornaliero di 8 ore e il ricordo dei martiri di Chicago, gli operai anarchici impiccati ingiustamente per i disordini scoppiati durante uno sciopero del 1887.

Grandi raduni si svolsero a Londra, Parigi, Vienna, Praga, Barcellona, Amsterdam, Bruxelles, in molte città della Germania. A Milano, Roma, Torino, in Romagna, dove erano attivi il Partito socialista di Andrea Costa e la Lega socialista di Turati, i lavoratori sfidarono il divieto di manifestazione emanato da Crispi e furono caricati dall’esercito, con decine di feriti, anche gravi. La festa fu celebrata anche in 15 comuni minori, dove era presente il Partito operaio italiano. Fra questi un centro del cuneese, Bra, dove le Società affratellate (conciatori, calzolai, sarte, filandaie, muratori, ferrovieri) avevano aderito al POI assieme con la cooperativa di consumo e le tre di produzione (pellettieri, muratori e calzolai). Per non incombere nei rigori della polizia, la manifestazione si svolse di sera nel salone della Società di mutuo soccorso fra i lavoranti conciapelli. La battaglia per le 8 ore era quanto mai appropriata nella nostra provincia, dove le operaie tessili lavoravano in media 12-13 ore, gli edili e i braccianti dall’alba al tramonto, i metallurgici e i ceramisti 11 ore e mezzo. Ciononostante Bra rimase sola fino al 1893, quando per iniziativa del Circolo sociale il 1° maggio fu celebrato pure a Mondovì. Nel 1904 vi fu un parziale tentativo a Saluzzo, l’anno dopo (ormai in piena età giolittiana) si svolsero manifestazioni anche a Cuneo, Alba, Savigliano, Carrù e Boves.

Il primato di Bra non è casuale. Lì infatti era nata la prima Lega di resistenza della provincia, il sindacato dei conciatori, che aveva proclamato il primo sciopero industriale nel 1883 e lì nel 1889 era stata fondata quella che in pochi anni sarebbe divenuta la più grande cooperativa di produzione del Piemonte, quella dei pellettieri, nota per l’ammirazione di Camillo Prampolini, apostolo del socialismo nato in una regione che nella storia del lavoro associato ha poco da invidiare. Esauritosi il lavoro cooperativo, da un lato per cedimenti alla logica del profitto e conseguenti scissioni (al primo stabilimento divenuto proprietà del direttore Gallarato si affiancheranno la Nuova e la Novella cooperativa), dall’altro per le persecuzioni fasciste, le concerie conosceranno un’ultima stagione di fioritura grazie alle commesse dell’esercito durante la seconda guerra mondiale, come era già successo con la prima, per poi lentamente declinare. Nel 1981 chiude per ultima la Novella, da tempo proprietà della famiglia Sartori.

Altrove, ad esempio in val d’Arno, le concerie superano le varie crisi del settore, promuovendo un vero e proprio distretto con acquisti di materie prime e depuratori delle acque consortili. L’industria conciaria è infatti altamente insalubre per chi ci lavora e per chi abita nei dintorni. Un tempo la minaccia veniva dalle spore del micidiale carbonchio dei bovini. Estirpato il bacillus anthracis con il vaccino del dottor Achille Sclavo, il passaggio alla più rapida ed economica concia ai sali di cromo rende possibile l’inquinamento delle acque da metalli pesanti e tensioattivi, usati per il lavaggio delle botti. Né più sicura si è rivelata la prima succedanea dell’industria conciaria, quella dei concimi chimici (Montecatini!), mentre le aziende convertitesi in industrie del laminato pongono il problema delle emissioni gassose in atmosfera.

Le concerie di Bra, anziché battere la via toscana, hanno ricercato soluzioni individuali, cambiando produzione o ponendosi in liquidazione e mettendo i loro siti, strategici, perché in pieno centro abitato, a disposizione dell’edilizia.

Questa attività produttiva, considerata semplicisticamente come traino dell’economia, non lo è, quando esaspera la rendita fondiaria. Lo è invece quando produce infrastrutture, risanamento idrogeologico e ambientale, recupero e restauro del patrimonio esistente. Ciò per un verso riduce il consumo di suolo agricolo, per un altro esige maestranze qualificate, indisponibili ai sottosalari e al lavoro in nero.

Nel terzo millennio la lotta per la giustizia sociale è inscindibile da quella per la tutela dell’ambiente.

Livio Berardo

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Back to top button
PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com