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Confesercenti: finalmente abolito il canone Rai per le strutture pubbliche

Il direttore generale provincia di Cuneo, dal Bono: “È una vittoria delle associazioni di categoria: basta pagare tasse sul non lavoro”.

“Il Decreto Sostegni – che dovrà comunque mantenete la promessa fatta dal Governo di inserire altri ristori per le imprese e far arrivare i fondi in tempi celeri -, ha decretato l’abolizione di una gabella ingiusta in epoca di pandemia, ossia il pagamento del canone Rai per strutture turistiche ricettive e pubblici esercizi. Si tratta di una piccola vittoria delle associazioni di categoria, che si sono schierate in maniera forte per togliere una tassa che incide su un lavoro non svolto”.
A sottolinearlo è il direttore generale Confesercenti della provincia di Cuneo, Nadia dal Bono.
“Finalmente – precisa Marco Bertolotti, direttore Confesercenti provincia di Cuneo – a Roma hanno ascoltato la nostra richiesta. Erano tenuti a versare il canone Rai speciale gli esercenti che detengono uno o più apparecchi atti alla ricezione delle trasmissioni radio televisive in esercizi pubblici, in locali aperti al pubblico o comunque fuori dell’ambito familiare e, in un momento così delicato era certamente un’ingiustizia”.
“La pandemia – prosegue Nadia dal Bono, direttore generale Confesercenti provincia di Cuneo – ha costretto alla chiusura delle nostre attività, ma ci ha obbligato al pagamento del canone speciale per le televisioni nelle nostre strutture: assurdo. Da mesi ne chiediamo l’abolizione. Oggi possiamo essere soddisfatti: è un piccolo passo ma che incideva comunque in maniera pesante ed ingiusta sugli imprenditori del settore”.
“Migliaia di esercizi in tutta Italia, quale che sia la loro attività – ristoranti stellati, piccoli bar, hotel prestigiosi o pizzerie di quartiere – vengono accumunati dal pagamento del canone Rai perché possiedono apparecchi radiofonici e televisivi”, conclude il presidente Marco Bertolotti. “Lo Stato prevede spese diverse per i pubblici esercizi rispetto a quelle sostenute dalle famiglie italiane. Gli operatori la sentivano come una presa in giro, come un furto legalizzato da parte dello Stato che obbligava a pagare una tassa sul non lavoro”.

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