Al Pronto soccorso: si salvi chi può

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Mi sia consentito, nell’augurare buone vacanze ai nostri lettori, affidare loro un consiglio. Quello di riempire di farmaci ogni spazio libero in valigia, in auto o nello zainetto. Non se state seguendo la campagna terroristica portata avanti da “La Repubblica” nei confronti dei reparti di pronto soccorso sparsi in Italia. Non importa dove: che sia la capitale o un borgo delle Madonie non importa. Secondo il quotidiano diretto da Mario Calabresi la croce rossa con la scritta “Pronto Soccorso” è stata sostituita dall’ammonimento “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Al banco del triage non troverete un’infermiera esperta, ma Caronte armato di remo, barchetta e collegamento col fiume Acheronte. Pensando di essere Trip Advisor, l’ex “giornale partito” invita i lettori a spedire le loro testimonianze. Ovviamente solo quelle negative. Perché il resto non fa notizia. I titoli, prima o poi, potrebbero provocare l’arrivo dell’Onu, per il nulla che serve. O muovere qualche Ong alla ricerca di nuovi clienti tra i disperati che si arrovellano nei gironi infernali. Popolati di demoni in camice bianco, di disperazione senza fine e miseria morale. A Mario Calabresi vorrei però chiedere ragione di questo improvviso feeling con l’acqua tiepida. Dal momento che la situazione è andata peggiorando da anni senza che Repubblica ci mettesse il becco o chiedesse ai lettori di fare i monatti 4.0. Quattro anni fa ho visto il pronto soccorso del Mauriziano di Torino già in versione “nuovo ordine mondiale”. Ma di titoli sui giornali manco a parlarne. È stato fatto tutto il possibile, ed è andata alla grande, per trasformare la terza assistenza medica del mondo in qualcosa che sta tra il caos, la lotteria e la terra promessa del privato. Adesso, con le spalle al muro, ci viene spiegato che si possono passare giorni accampati in corridoio prima che qualcuno si accorga di noi. E si parla di condizioni da campo profughi. Dove, state sicuri, si sta molto, molto peggio. Ma siamo nella direzione giusta.