Al processo ai vertici dell’ex Rotoalba salta fuori un hard disk segreto

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Chiusa dal 2015. La sede di questa storica impresa albese in via Liberazione (foto di repertorio)

Un hard disk, un archivio informatico, ritrovato nascosto sotto un pavimento degli uffici. E’ l’ultimo particolare emerso ieri ad Asti al processo sul crac della stamperia albese Rotoalba.

Alla sbarra gli amministratori del periodo finale di vita dell’azienda: il capo, l’editore milanese Guido Veneziani, e Gianmaria Basile (l’altra membro del Cda, sua sorella Patrizia, ha già patteggiato 2 anni). Con loro Marco Pezzoni, Francesco Pecere e Rino Garbetta. Per tutti, a vario titolo, l’accusa è bancarotta fraudolenta, distrattiva e aggravata dall’entità del dissesto.

Si parla di 30 milioni di euro di passivo, 14 di appropriazioni indebite contestate a Veneziani e Basile, oltre 2,5 milioni di mancati versamenti agli oltre 130 dipendenti che persero il lavoro con il fallimento dichiarato nel maggio 2015.

Secondo la Guardia di Finanza sistematicamente «gli amministratori di Rotoalba hanno effettuato pagamenti in maniera preferenziale a favore di altre società del gruppo e segnatamente della capogruppo». «Mediante la falsificazione delle scritture contabili, giroconti e compensazioni debitorie diverse da quelle reali, avevano arbitrariamente depauperato l’attivo societario». Inoltre «distratto e alienato numerosi beni aziendali». In aula dichiarazioni di testimoni hanno fatto i conti: il Gruppo Veneziani avrebbe acquisito la stamperia per 1,4 milioni e poi l’avrebbe rivenduta a una sua stessa controllata, la Grafiche Mazzuchelli anch’essa poi fallita, per 15.

Veneziani ha sempre contestato tutte le accuse dicendo di aver fatto di tutto per tentare di salvare Rotoalba e di non essersi mai appropriato di nulla. Anche ville in Costa Azzurra e macchine di lusso che sempre secondo la Finanza sarebbero risultate nella disponibilità degli imputati, per la difesa sarebbero inesistenti.