A Filippo collega e amico

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Il lavoro negli anni aiuta anche a diventare amici. Quando è così, un vero amico non si perde mai. Neanche la morte può fartelo perdere. Può soltanto allontanartelo fisicamente. Non vedi più, se non in foto, il suo viso, i suoi occhi, il suo sorriso. Non riesci più a stringergli la mano e ad abbracciarlo. Ma lui, l’amico, abita ancora la tua mente. Ti parla ancora con i suoi pensieri, e con la sua forza dialogante. Lui è ancora con te, presenza immateriale, ma generosa di incoraggiamenti, di critiche benevoli e di sagge riflessioni. Consola ancora il tuo cuore. Scuote via le tristezze e le paure infondate. Ti distoglie dalla brutta compagnia dei fantasmi.

 

Questo sanno fare tutti i veri amici che se ne vanno. Di amici così ce ne sono e ce ne vorrebbero sempre tanti. Se qualcuno ha avuto la fortuna di fare un lungo cammino con amici di questo stampo, io penso proprio di essere uno di loro. Certo sono quegli amici che possono avere anch’essi qualche limite. Tuttavia è indubbio che abbiano una giusta carica di umanità e di schiettezza. Per questo, se nell’immediato mi è venuto da dire che, con la morte di Filippo, ho perso un altro amico, è stato solo per il tempo di riflettere su di lui.

Con lui continuo a condividere ed elaborare pensieri, quasi come se potessi ancora parlarne in presenza. Cioè discutere e approfondire con onestà intellettuale, pur con diversi punti di vista, problemi, vicende e progetti. Lo si faceva quando eravamo ancora in servizio in ferrovia. Abbiamo continuato il confronto negli anni della pensione, dedicando maggior attenzione ai problemi della vita cittadina, quelli di carattere civico e quelli inerenti iniziative culturali, musicali ed artistiche. Adesso non sarà più la sua voce suadente ed intrigante ad interpellarmi, ma è certo che i pensieri, a lungo condivisi, continuano con maggior incisività ad essermi presenti nella mente e nel cuore. “Perché – diceva – bisogna sempre sapere ragionare su tutto, sulle persone, sugli eventi, sulle cose; non lasciare nulla alla fatalità. Bisogna sempre avere e coltivare uno spirito libero”. Grazie, Filippo.

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