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1835 La Granda nella morsa del colera, quando i Covid Hospital erano i lazzareti

Nel 1835, dall’Asia arrivò sulle nostre colline un morbo contro il quale non esistevano cure o vaccini, che falcidiò un terzo della popolazione

Una malattia terribile che arriva dall’Asia. Una pandemia portata in Europa e nel resto del mondo da ignari viaggiatori. Un morbo per il quale non si conosce cura e non esite vaccino, arrivato a portare morti e sconvolgimenti fin sulle nostre colline di Langa e Roero. Quando è successo tutto questo? Nel 1835. Quella del Coronavirus è una storia che si ripete. Esattamente 185 anni fa, l’intera provincia di Cuneo, così come gran parte del resto dell’Europa, faceva i conti con una malattia ancora quasi sconosciuta, un’epidemia di colera arrivata dall’India, che falcidiava la popolazione. Un male contro il quale non c’erano rimedi se non quello di isolarsi in casa e far presidiare le strade dalle forze dell’ordine affinché il contagio non si propagasse da un paese all’altro. Proprio come abbiamo fatto noi oggi per fronteggiare il Coronavirus.

La storia si ripete Nel 1817, in India scoppiò un’epidemia di colera, un’infezione batterica molto grave e contagiosa che colpisce l’intestino, propagandosi attraverso l’acqua e il cibo. Portato dai soldati e dalle navi che collegavano i porti asiatici a quelli europei, il Cholera morbus iniziò rapidamente a diffondersi nel Vecchio Mondo. Qualcuno la definì l’epidemia della rivoluzione commerciale, come oggi il Coronavirus è stato indicato come il virus della globalizzazione. La navi a vapore che trasportavano merci e uomini dall’Asia all’Europa compivano il viaggio in un tempo inferiore a quello d’incubazione. Marinai e passeggeri sbarcavano, quindi, prima che il morbo si fosse manifestato. Dal porto, i commercianti lo portavano nelle fiere e nei mercati, mentre le ferrovie contribuivano a diffondere l’epidemia con una rapidità fino ad allora sconosciuta. Nel 1830, il contagio era ormai diffuso praticamente in tutta Europa. In provincia di Cuneo, il colera arrivò negli ultimi giorni di un torrido mese di luglio del 1835. Secondo le incerte cronache dell’epoca, la responsabilità fu attribuita ad un commerciante, che avrebbe venduto al mercato di Busca alcune coperte contrabbandate dalla Provenza, dove imperversava un focolaio di colera. Qualunque sia stata la strada percorsa, in ogni caso, il Cholera morbus era ormai arrivato anche in quest’angolo di Piemonte, fino ad allora rimasto miracolosamente al riparo dal contagio. Sulle nostre colline, in un mondo contadino ancora e­normemente arretrato rispetto ai Paesi del nord Europa, la medicina si trovò del tutto impreparata di fronte all’avanzata dell’epidemia. Di questa tremenda infezione si sapevano riconoscere i sintomi, ma non esistevano cure. In un primo momento si pensò che fosse l’aria a trasportare il contagio. Solo più tardi si scoprì che era l’acqua il vettore principale. Un vettore che non lasciava scampo a nessuno. Perchè all’epoca, nelle campagne, praticamente tutti usavano l’acqua dei fossi per scopi alimentari. Gli stessi fossi dove spesso venivano anche lavati lenzuola e abiti infetti. Non per nulla, la categoria delle lavandaie fu quella che registrò il maggior numero di vittime.

Le persone lavavano lenzuola e abiti infetti nei fossi. La categoria delle lavandaie fu quella che registrò il maggior numero di vittime

Cordoni sanitari “sparare a vista” Mentre l’epidemia si diffondeva, il mondo politico e quello religioso si mobilitarono. O­gni paese veniva classificato come “sano”, “sospetto” o “infetto”, e i suoi abitanti trattati di conseguenza. Inutilmente, si tentò di arginare il contagio attraverso l’isolamento di mer­ci e persone provenienti dalle zone infette o sospette. Si adottarono in tutta la provincia i cordoni sanitari con l’impiego anche dell’esercito. Addirittura, i militari avevano l’ordine di sparare se qualcuno – un possibile “untore” – avesse tentato di oltrepassare il limite senza permesso. Quello che avvenne dopo dovrebbe insegnarci qualcosa sull’emergenza che abbiamo affrontato noi oggi, 185 anni dopo. Nonostante questo e­norme impiego di mezzi e uomini, infatti, la gente tentava con ogni mezzo di superare i cordoni sanitari, per esigenze reali o, più spesso, perchè la scarsa coscienza civica spingeva i residenti dai comuni contagiati a tentare la fuga per trovare rifugio in quei paesi in cui il contagio non si era ancora manifestato. Contribuendo tuttavia, in questo modo, ad accelerare sempre più la diffusione della pandemia.

I Covid Hospital? Erano i Lazzareti L’equivalente di quelli che sono stati per noi i Covid Hospital, all’epoca erano i Lazzareti. Luoghi infernali dove i colerosi venivano ammassati, in attesa di guarire o di morire. Nei comuni, i sindaci requisivano abitazioni isolate da destinare a questa tetra funzione. Gli inquilini dovevano sgombrare in pochi giorni, ricevendo in cambio un compenso economico e in qualche caso – se fortunati – una nuova abitazione. Analogamente ai provvedimenti imposti oggi per l’epidemia di Coronavirus, dovunque – nelle città come nei piccoli centri urbani – furono severamente proibite le feste e le fiere. Annullati gli spettacoli teatrali, i balli e perfino i concerti della banda. Naturalmente ci si preoccupava anche per l’economia. Tuttavia, dove si scelse di non allestire i cordoni sanitari in nome della salvaguardia dei commerci, il colera fece vere e proprie stragi tra gli abitanti, con conseguenze devastanti anche sull’economia.

Nel cuneese l’epidemia arrivò per colpa di un commerciante, che acquistò coperte infette in Francia rivendendole al mercato di Busca

A messa sì, ma senza campane Per quanto riguarda le funzioni religiose ai tempi del colera, furono ridotte ma non annullate, perché in una larga fetta della popolazione la convinzione era che soltanto un intervento divino avrebbe allontanato il demone che affliggeva la popolazione. Unica rinuncia imposta alla chiesa: fu vietato il suono delle campane. La religione ebbe tuttavia anche un ruolo importante nel contrastare la diffusione del contagio. Ai parroci – uniche figure di riferimento nelle piccole comunità rurali – fu chiesto un aiuto affinché usassero la loro autorità per convincere i parrocchiani a fidarsi dei medici e a seguire le norme igieniche. Addirittura, alcune parrocchie di campagna furono dotate di un armadietto di disinfettanti e medicinali. Una vera innovazione per i tempi… Nelle città situazione tragica Più ancora che nei piccoli paesi, tuttavia, l’epidemia trovò terreno fertile nelle città, soprattutto nei quartieri più poveri, dove tra sudiciume, ignoranza e alimentazione insana si ammassava la maggior parte della popolazione. Perfino a Cuneo, nel 1835 non esisteva ancora un sistema fognario. I rifiuti erano abbandonati nelle strade e nei cortili, nonostante precise ordinanze comunali minacciassero sanzioni per chi li gettava dalle finestre o li abbandonava nelle vie. Inoltre, i letamai prodotti dalle stalle delle locande dovevano essere allontanati dalle abitazioni. Un’accortezza rispettata nelle città, ma quasi mai nei paesi. E’ vero, stiamo parlando di tempi relativamente recenti, eppure la pulizia e l’igiene non erano ancora entrati a far parte della sensibilità collettiva. Se qualcosa di positivo ha lasciato il colera del 1835 fu proprio il dibattito che ne seguì sulla necessità di dotare le città di acquedotti e fognature e persuadere la popolazione sull’importanza dell’igiene personale e domestica. In ogni modo, chi poteva cercava di lasciare le città e fuggire in campagna, nei piccoli paesi che il colera non aveva ancora conquistato. In questo modo, tuttavia, si favorì soltanto il rapido sviluppo del contagio praticamente in tutto il territorio. A Cuneo e nei comuni della Granda più colpiti, in poco più di un anno la popolazione si ridusse di circa un terzo.

Fake news di ieri e di oggi Ma c’è un’ultima, inquietante analogia tra la pandemia di colera del 1835 e la pandemia del coronavirus del 2020. Anche all’epoca circolavano in abbondanza quelle che oggi chiamiamo fake news, le notizie false, spesso assurde e incredibili, che allora come oggi germogliavano abbondanti nel terreno fertile dell’ignoranza. Erano diffuse da ciarlatani, comari e dottoroni, che un tempo ciarlavano nelle piazze e oggi pontificano su internet. Non di rado con l’intento di spillare gli ultimi quattrini ai disperati in cerca di un rimedio alla paura del contagio. Consigliavano intrugli di erbe aromatiche, il fumo di certi sigari, miscele di alcolici, che avrebbero avuto un effetto letale sul morbo, rimedi a cui la paura e l’impotenza della medicina dell’epoca spingevano non solo gli ignoranti a credere. A ben pensarci – nonostante siano passati 185 anni – rimedi non troppo diversi da quelli che circolano oggi in rete, come bere ogni 15 minuti e non radersi la barba, perché i peli incolti “bloccano il virus”. E’ forse proprio quest’ultima la più preoccupante analogia con i tempi moderni. Scoprire che anche oggi, nell’era della scienza, di internet, dell’istruzione per tutti, abbondano i boccaloni disposti a credere ad ogni panzana. Proprio come nel 1835…

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Redazione Corriere

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