INCHIESTA – La grande invasione delle specie “aliene”

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Gigante esotico - Liberate in alcune zone d’Italia negli anni ‘40, le rane toro si stanno diffondendo in tutto il Paese. Pesanti fino a 1 kg, popolano gli stagni al confine tra il torinese e il Roero

Gli zoologi le chiamano – con un termine un po’ inquietante – specie aliene. Sono sempre di più. Sempre più numerose. E lentamente stanno invadendo i nostri campi, i boschi, le colline. Perfino i parchi cittadini.

Ovviamente non si tratta di a­lie­ni veri e propri provenienti da altri pianeti. Con questo termi­ne, gli zoologi indicano infatti quelle spe­cie animali che, per colpa dall’uomo, si diffondo­no in un am­biente naturale che non è il lo­ro, sottraendo cibo e spa­zio alla fauna originaria, ar­rivando nei casi più estremi a portare al­l’e­stinzione le spe­cie autoctone che competono per le stesse risorse.

Ma da dove arrivano questi animali esotici e come hanno fatto a diffondersi così rapidamente nel nostro territorio? «In qualche caso si tratta di specie fuggite da par­chi e zoo, che hanno trovato un ambiente favorevole per so­pravvivere e riprodursi – spiega lo zoologo Franco Tassi -. Ci sono poi state, soprattutto in passato, sconsiderate introduzioni volontarie per le attività di pesca sportiva e venatoria. Infine, il rilascio da parte degli stessi cittadini, che per disfarsi di un animale da compagnia esotico, non più desiderato, semplicemente lo lasciano libero. Come succede spesso con le tartarughine d’acqua americane, ormai diffuse in quasi tutti i nostri fiumi».

In Italia, il Piemonte è al terzo posto tra le regioni con il maggior numero di specie esotiche sul proprio territorio. «Una di­retta conseguenza – spiega­no gli esperti della dele­ga­zio­ne torinese del WWF – del­la grande varietà di habitat del­la nostra regione, che presenta montagne, colline, bo­schi, zone coltivate e aree u­mi­­de. L’ultima indagine ha cen­­sito in Piemonte 371 specie “aliene”, provenienti letteralmente da ogni angolo del mondo, dalle paludi del centroamerica alle steppe asiatiche».

Nei boschi di Langa e Roero le specie che non dovrebbero esserci sono tante. E sono ovunque. Dalle gigantesche rane toro americane che infestano gli stagni e i corsi d’acqua del Roero ai voraci pesce siluro sempre più comuni nel Tanaro e nel Bormida, dalle nutrie agli scoiattoli grigi americani, fino alle colonie di pappagallini asiatici, che da qualche anno hanno iniziato a nidificare nei comuni della cintura albese. E qualche volta si tratta di specie potenzialmente pericolose anche per l’uomo, come nel caso del grande calabrone asiatico, liberato per errore nel sud della Francia e ormai diffuso in gran parte del Piemonte e della Liguria”.

E non si pensi che il problema riguardi soltanto gli animali.

I boschi delle Langhe e del Roero sono sempre più compromessi dalla presenza di piante esotiche invasive, robuste e dal rapido accrescimento, che lentamente si stanno sostituendo alle specie autoctone. In qualche caso si tratta di specie vegetali immesse volontariamente nei decenni passati, quando minore era la consapevolezza dei rischi ambientali a cui si andava incontro con queste introduzioni. Quasi sempre, però, ci troviamo di fronte ad invasioni di fiori e piante coltivate all’interno dei giardini e degli orti botanici che, sfuggendo alla coltura, hanno iniziato a diffondersi negli ambienti naturali in maniera del tutto accidentale. Una ricerca effettuata nel 1910 nei boschi piemontesi aveva rilevato la presenza di 52 specie esotiche. Nel 1980 un’analoga indagine ne aveva individuate 282. Oggi questo numero è salito a 371. «In pratica – spiegano i botanici – nei nostri boschi in media una specie su dieci è di provenienza esotica».

Il caso del batrace toro

E’ una delle specie esotiche che sta creando i maggiori danni. Con una lunghezza di oltre 30 cm e il peso di 1 kg, la rana toro è il più grande anfibio del mon­do. Originaria del fiume Mis­sis­sipi, in Nord America, da al­cuni anni si sta diffondendo in maniera incontenibile negli sta­gni del­l’area tra il Torinese e il Roero. La specie fu introdotta dall’uomo in Italia durante gli anni del Fasci­smo, tra il 1930 e il 1940.

Il mo­tivo è molto semplice: date le sue grandi dimensioni, si spe­rava potesse di­ven­tare un’importante risorsa alimentare per le popolazioni del­le zone rurali. Nel 1932 nu­me­rosi esemplari furono liberati nelle risaie del vercellese, e da qui si diffu­se­ro rapidamente in tutta la Pia­nura Padana. Dagli anni ‘90 le rane toro cominciarono ad essere av­vistate negli stagni dell’astigiano, ma soprattutto del torinese, con vere e proprie invasioni segnalate nei comuni di La Loggia e Villastellone. Da qualche anno, la loro presenza si è estesa verso il braidese e il Roero, anche se al momento, in queste zone, il loro numero è an­cora contenuto. «Le segna­la­zioni sono però sempre più numerose – spiegano gli esperti del Museo di Scienze Naturali di Carmagnola, che sta seguendo attenta­men­te l’evoluzione di questa specie nell’area roerina – la rana toro rappresenta infatti una minaccia per tutte le altre specie di anfibi autoctone, ossia originarie del luogo, che costituiscono la loro preda preferita. Insomma, dove arrivano le rane toro scompaiono tutte le altre rane».

Tartaruga palustre americana

Originaria dell’America settentrionale risulta essere nell’elenco delle 100 tra le specie invasive più dannose al mondo. E’ la classica tartarughina che si tiene in casa, che se allevata in condizioni ottimali può raggiungere dimensioni anche ragguardevoli. L’abitudine da parte dei proprietari di disfarsi del loro ospite liberandolo nel primo corso d’acqua, ha fatto sì che la specie si sia ormai diffusa nei fiumi, nei laghi e in quasi tutte le zone umide italiane.

E dove arriva la tartaruga americana scompare la piccola testuggine palustre italiana, ormai sempre più rara e in via d’estinzione.

La nutria, il re dei roditori

Originaria del Sud America, la nutria è un grande roditore un tempo allevato per la sua pelliccia. Gli individui fuggiti dagli allevamenti hanno co­lonizzato quasi tutti i fiumi italiani, soprattutto nella Pia­nura Pa­dana.

Nel braidese, il fenomeno ha assunto le dimensioni di una vera e propria emergenza, per l’elevato numero di nutrie che hanno ormai invaso ogni canale. L’abitudine di scavare profonde tane danneggia, infatti, gli argini dei fiumi, senza contare le razzie alle coltivazioni di frumento, mais e ortaggi. Nel tentativo di contenere il fenomeno, recentemente la Giunta braidese ha approvato diverse delibere, che vanno da­gli abbattimenti al posizionamento di gabbie-trappola. Ana­loghi provvedimenti sono stati approvati a Ca­val­ler­mag­giore, dove il problema delle nutrie ha assunto i connotati di una vera e propria invasione. I risultati?Molto scar­­si: questi pacifici roditori continuano a crogiolarsi al sole su ogni argine.

Il pappagallino monaco

In diversi comuni della Sinistra Tanaro, da alcuni anni si sono insidiate stabilmente diverse colonie di pappagalli. Una presenza rumorosa e tutt’altro che discreta. In tutta Italia, da Genova a Cagliari, si contano ormai a centinaia le colonie di pappagalli che popolano le periferie delle grandi città. Ma come sono arrivati nel nostro Paese? «Tutte le popolazioni che vediamo oggi si sono sviluppate da fughe o rilasci di esemplari tenuti in gabbia nelle nostre case. In natura, la prima nidificazione è stata segnalata nel 2002 a Roma» spiega Piero Genovesi, del servizio consulenza faunistica dell’Ispra. «Nelle nostre città, i pappagalli hanno trovato un clima mite, pochi predatori e abbondanza di cibo. Insomma, le condizioni i­deali per riprodursi ed espandersi». Nel Roero sono due le specie osservate con maggior frequenza, il parrocchetto monaco del Sud Ame­rica e il parrocchetto dal collare africano.

Il calabrone asiatico

Originario del sud-est asiatico, è stato accidentalmente in­tro­dotto in Francia del sud da cui si è poi diffuso prima in Spagna e, a partire dal 2012, anche in Italia. Og­gi è segnalato soprattutto in Piemonte e in Liguria. E’ considerato un insetto pericoloso perché è un predatore di api e bombi, che non hanno evoluto sistemi di difesa contro questo nemico. Se disturbato, tuttavia, può presentare un comportamento aggressivo anche nei confronti dell’uomo.

La minaccia del pesce siluro

E’ una delle specie più invasive, in grado di devastare interi ecosistemi fluviali e lacustri. In Piemonte e Liguria il pesce siluro è ormai considerato un vero e proprio flagello, impossibile da e­stirpare. Questo enorme pesce, originario del Danubio, è ormai presente in quasi tutti i nostri corsi d’acqua, soprattutto nel Po, nel Tanaro e nel  Bormida. E’ un predatore vorace, che attacca tutti gli altri pesci e in qualche caso perfino gli uccelli acquatici.  Può vivere 60 anni e superare i 100 chili di peso. Il più grande esemplare pescato in Italia, nel Delta del Po, era lungo 2,78 metri e pesava 144 chili. Le sue carni sono particolarmente apprezzate, ma il consumo viene sconsigliato. Uno studio recentemente pubblicato dall’Istituto Zooprofilattico ha infatti rilevato che in questi  pesci si accumulano alte quantità di metalli pesanti e sostanze cancerogene.